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BEASTARS
Legosi/Louis
NSFW
 
TW: cannibalismo, dub-con 

COW-T #14, week 2, m1 - no dialoghi

Ci sono, ovviamente, degli aspetti negativi nell’essersi fatto mangiare una gamba da Legosi; non ci vuole certo un genio per capirlo.
 

Oltre alla non trascurabile assenza di una gamba - oltre al dolore fantasma, oltre alla protesi che tira e brucia e non è mai nella posizione giusta e che ogni tanto Louis sente l’irrefrenabile istinto di gettare fuori dalla finestra per la frustrazione, oltre agli sguardi di dolorosa pietà che gli altri erbivori gli rivolgono e di famelico desiderio che i carnivori nemmeno si sforzano di nascondere davanti ad un animale che si è già dimostrato preda - oltre a tutto questo, Louis non aveva bisogno di aggiungere un collegamento diretto con il sistema sensoriale del lupo grigio. 

Louis decisamente non ha bisogno di piegarsi a metà nel mezzo di un incontro di affari, il dolore allo stomaco che lo assale perché Legosi si è fatto prendere a pugni in un merdoso vicolo del mercato nero. 

Louis non ne ha bisogno, ma ha imparato a conviverci. Ha imparato ad ignorare una mascella pulsante, un occhio pesto o il bruciore su una spalla dove qualcuno deve aver affondato gli artigli. Si è adattato - come si è sempre adattato a tutto nella sua vita - e non si è lasciato piegare. Non è davvero necessario che Legosi sappia quanto fa male anche a Louis ogni ferita sul suo corpo - il lupo grigio lo prenderebbe soltanto come un rimprovero, e si impegnerebbe a rimanere il più possibile fuori dai guai e di sicuro questo non è quello che Louis vuole per lui. 

E se, dopotutto, non è abbastanza intelligente da fare due più due su come faccia Louis a sapere quando telefonargli o passare a trovarlo per sapere come sta esattamente nel momento in cui ne ha più bisogno, beh non sarà certo il cervo a togliersi quell’aria di mistero. 

 

 

Louis si sveglia nel cuore della notte, ansante. L’orologio sul comodino segna le due e trentaquattro di notte, e Louis impiega qualche secondo a capire cosa stia succedendo. 

È eccitato, il cuore gli batte frenetico nel petto e il cervo potrebbe quasi dare la colpa ad un sogno erotico particolarmente intenso, se solo non fosse per la mano fantasma che lo accarezza - no, non è il termine esatto. La presa sulla sua erezione è stretta e solida e il ritmo è veloce e Louis geme, dimena le anche e viene in mezzo secondo netto, senza neanche essere riuscito a slacciarsi i pantaloni. Sente la mano continuare a muoversi sul suo cazzo, ma non prova la sensazione dolorosa della sovrastimolazione, no, Louis sente ancora il piacere pulsagli nei lombi, stringergli le viscere, quasi dovesse ancora venire, quasi il suo seme speso sulle sue lenzuola non fosse ciò che quella mano fantasma stesse cercando.
Il cervello di Louis fatica a fare due più due, mentre le ondate di piacere si fanno sempre più ravvicinate e il suo cazzo cerca di diventare di nuovo duro per concedergli un bis - e va bene che è ancora praticamente un adolescente, ma Louis è pur comunque un animale e il secondo orgasmo che lo travolge è soltanto mentale. 

Il cervo si accascia tra le lenzuola sudate, il respiro affannoso e una chiarezza mentale che non riesce ad essere sopraffatta dall’appagamento dei sensi. 

Merda. 

Quello era Legosi. 

 

-

 

Louis evita il lupo per tre giorni dopo quella notte. Ignora le sue chiamate e risponde ai messaggi con monosillabi e frasi stringate. 

È un cazzo di casino. Louis non può continuare a farsi masturbare da Legosi senza che l’altro lo sappia e allo stesso tempo non è che possa pretendere da Legosi l’astensione sessuale a vita. Che cazzo di casino. 

La terza notte, Legosi si presenta sotto casa sua. 

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Louis/Legosi 
(è iniziata come una Boris!AU e si è persa per strada) 
COW-T #11, w6, m4

Let me ask you a very fair question: what do you do successfully? Quickly. 

781 w

 

Non doveva andare così la sua vita. 

Louis sbatte la testa contro la macchina da presa. Le sue corna cozzano contro il vetro e il cervo si paralizza per un istante. 

Ti prego non esserti rotta, ti prego non esserti rotta. 

Sarebbe la terza questa settimana e per quanto Louis si atteggi a padrone del mondo i suoi produttori potrebbero chiedere la sua testa montata al muro della direzione se dovessero sostituire un’altra cinepresa così presto. 

Il fatto è che Louis aveva una carriera da attore davanti, lunga e meravigliosa. 

Forse. 

Perché per quanto creda in sé stesso, il cervo è anche un attento pianificatore e lo sa benissimo che non tutti gli attori possono continuare oltre il momento in cui la bella presenza lascia il posto all’età - non possono essere mica tutti Seal Connery, che può ancora fare il lead con Cathrine Zebra Jones accanto come interesse amoroso nonostante il fatto che potrebbe essere suo nonno. 

Così Louis aveva accettato uno stupido lavoro dietro le quinte, perché lo sanno tutti che si comincia come attori e poi si diventa produttori, ma intanto lo hanno incastrato alla regia, perché Louis era dannatamente bravo a gestire gli attori della sua compagnia al liceo e a dir loro esattamente cosa dovessero fare e come. Solo che gli attori che gestiva al liceo erano dannatamente migliori di questi - sedicenni scapestrati con più talento dei cani, letterali e metaforici, che si trova a gestire ora. 

Quando si è rotto lui un piede in teatro ci è andato lo stesso, perché lo spettacolo doveva continuare. Ora invece si ritrova con un attore in meno, senza nessuna sostituzione disponibile e nemmeno il tempo per trovarlo un altro che prenda il suo posto. 

Beh, in realtà... 

"Legosi!" Louis chiama e Legosi accorre immediatamente. 

Sì, certo è alto tanto quanto l'attore, e poi la sua faccia sarebbe coperta quindi tanto meglio, inoltre ricorda la sua performance quando ha sostituito Bill come spirito durante la rappresentazione di Adler e - scazzottate sul palco a parte - era stato piuttosto bravino. 

"Avevi bisogno di qualcosa, Louis?" 

"Lascia che ti faccia una bella domanda: cos'è che ti riesce bene fare? Veloce." 

"Ma - ma - Niente! Io sono un tecnico delle luci, Louis, lo sai."

"No," Louis batte il piede a terra. "Sbagliato. Ti riesce estremamente bene fare il paladino della giustizia, appoggiare cause perse e tutte quelle stronzate lì. Per cui adesso mi serve che tu vada di là, ti infili il costume di scena di quell'impedito e mi porti davanti alle videocamere la migliore interpretazione di un anti-eroe che io abbia mai visto, perchè per Rex e tutti i suoi dinosauri, quel dannato personaggio sei tu!" 

"Ma Louis, io non - io non posso!" 

Louis si massaggia le tempie, e sospira. "Qualsiasi cosa." 

"Come?" 

"Puoi farlo, io lo so, e mi serve che tu lo faccia, perciò qualsiasi cosa. Puoi chiedermi qualsiasi cosa e io ti accontenterò." 

"Stai scherzando?" Legosi lo fissa stupito per un istante. "Ma... no! Louis non dovresti andare in giro a offrire contratti in bianco a chiunque!" 

"Al momento ti offrirei persino la mia gamba, Legosi. E poi tu non sei chiunque." 

è la professione di fiducia, più di ogni altra cosa, più della disperazione del suo tono e l'offerta in bianco, a fargli accettare. 

"Va bene," il lupo annuisce, "Va bene, lo faccio." 

E per miracolo, la scena viene bene al primo colpo - e pazienza se le luci sono troppo aperte e smarmellate perché non c'era nessun tecnico ad occuparnese.  

"Quindi," chiede Louis alla fine della giornata di riprese, quando il resto della troupe se ne sta andando e sul set sono rimasti solo lui e il lupo ancora alle prese con tentativi infruttosi di struccarsi, "hai pensato a cosa vuoi da me?" 

Legosi si volta, evidentemente imbarazzato, ma non con un'espressione determinata sul volto. "Una cena." 

"Guarda che scherzavo quando ti ho offerto la mia gamba." 

Legosi diventa ancora più rosso e i suoi occhi si spalancano dalla sorpresa. "No! Io -!" 

Louis ride, e poi gli dà una pacca sulla spalla, cercando di rassicurarlo. "Scherzavo. Di nuovo. Per Rex, Legosi, dovresti rilassarti un po'." 

Quando il lupo non risponde, troppo impegnato ad incassare la testa tra le spalle e sembrare più piccolo di quanto non sia, Louis riflette che forse non gli ha chiesto soltanto una cena. Ma davvero. Questa poi non se l'aspettava. 

"Va bene, va bene, una cena. Preferenze sul posto?"

Legosi scossa la testa, "No, no, dove vuoi tu va bene." 

"Pensi che dovrei cercare un posto romantico?" 

"Io..." 

"Sì, no? Veloce, Legosi." 

"Sì?" 

"Eccellente, ti passo a prendere stasera alle 20. Due ore dovrebbero bastarti per capire come riuscire a togliere quel trucco." 

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Bill/Pina pre-slash

COW-T #11, w6, m4

I tend to think emotions are for ugly people.

561 w


Bill crosses his arms over his chest, and the Dall sheep cannot /not notice the way his biceps bulge when he does it. 

"Pina, you are late" the tiger scolds him, annoyed. 

"Yes, well, I had a little bit of an accident," Pina smiles, playing with a lock of his hair in a way that should be flirty and charming. 

It completely fails to provoca a reaction in the tiger, though. 

"Oh, let me guess? It involved a girl?" he deadpans, not slightly amused. "You called her by another name. Or she saw you professing your undying love to another girl."

"Why does it have to be my fault?" Pina has the nerve to look affronted.

"Because I know you," Bill rolls his eyes, but lets his arms fall to his sides - which is a pity because, herbivore or not, Pina was salivating at the sight, but at least it means Bill's not really angry with him. "And I know you tend to think emotions are for ugly people, so you take care of having none." 

"Now that's a little bit too hash,"  the Dall sheep playfully hits him on the shoulder. "But finally, you're admitting I'm beautiful." 

It catches Bill a little bit off guard, and the tiger blushes under his fur - the first sign he has shown of being even remotely fazed by him. 

"That's - that's not what I said!" he cries out. "That's what you think about yourself." 

"Oh," Pina presses a hand against his chest, in a melodramatic way. "You hurt me. So you don't think I'm beautiful?" 

Bill reddens deeper, desperately trying to avoid the question. 

Of course, he thinks Pina is beautiful. The whole school thinks it, and they are all in the right. Even if he has taken his place, Pina doesn't have the same charisma Louis had, the same commanding aura that made you think you could follow him to Hell and back if he so ordered,  but damn, he's way prettier than the red deer could have hope to be and that is power in its own way. 

Louis was a loner constantly looking for approval, one you would never be able to come close enough to touch no matter how hard you tried - Pina is a social animal, the affable guy always surrounding himself with people he doesn't give a fuck about, discarding them on his way as plastic wrappers once the candies are eaten. 

Pina looks at him with expectant eyes, and Bill knows he can't lie, and he knows he can't tell the truth. 

"I supposed you could be considered beautiful," he smirks instead, putting up a smugness he doesn't feel "if you like the type." 

He sees the disappointment in his features and somehow he feels the need to reassure him he was just joking. 

"And do you like the type?" Pina tries again, because no one had ever been able to resist him that long, but Bill shakes his head with a chuckle. 

"Why Pina, I don't swing that way."

"Guys?" 

"Herbivores. I've learnt my lessons."

And he has all right. Pina presence is all but the living proof of what happens when a carnivore, like perhaps a grey wolf, takes interest in a herbivore, like perhaps a red deer. 

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 BEASTARS 

100 parole 

COW-T (Sagra): Luna Park

 

 

Legosi non è mai stato ad un luna park. Louis nemmeno, non che Oguma abbia mai avuto tempo o un motivo razionale per portarcelo. 

Però Louis ha letto su internet che una serata al parco divertimenti è l'appuntamento ideale, per cui eccoli lì, uno accanto all'altro a non sapere se sia il caso di tenersi per mano o meno, con Louis che praticamente sbanca il tiro a segno con la sua mira e Legosi che quasi ammazza il 'fantasma' nel tunnel degli orrori perché lo ha preso alla sprovvista e ha reagito d'istinto. 

Forse loro non sono abbastanza normali. 

 
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COW-T #11 (w3, m4): Giungla


Un lupo nella giungla non si era mai visto e forse c’era un motivo in fondo. 

Legosi faticava a tenere il passo dietro a Gosha, sentiva grossi rivoli di sudore colargli tra il pelo e appiccicarglielo addosso. Il drago di Komodo invece era perfettamente a suo agio, ma che altro ci si doveva aspettare da un animale che tornava a casa, tra le fronde di felci basse e le chiome di alberi di teak?  

“Sei sicuro che non ci siamo persi, nonno?” 

Gosha aveva scosso la testa e poi aveva usato la coda per spazzare via un ramo che gli intralciava il cammino. 

Legosi non si stava esattamente pentendo di essere andato - dopotutto era stato lui che aveva continuato ad insistere e insistere e insistere perché il nonno se lo portasse dietro nonostante l’espressione scettica che gli si era dipinta in viso. L’isola di Komodo, nell’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda, non era un posto adatto ad un lupo, il clima non era adeguato e le zone civilizzate erano poche e in ogni caso loro non si sarebbero fermati nelle piccole zone edificate, dove gli animali tentavano di mantenere una minima sembianza di decoro. No, loro erano diretti nella giungla, nella porzione più scura e umida, pulsante e torbida, dell’isola. Era lì che viveva la famiglia di Gosha dopotutto ed era lì che sua sorella sarebbe stata sepolta ora che la sua vita era terminata, così come sarebbe stato quello il posto in cui Legosi avrebbe dovuto assicurarsi che Gosha fosse seppellito quando fosse giunta la sua ora. A casa. 

Se solo fossero riusciti a trovarla, pensò Legosi, asciugandosi la fronte con l’avambraccio. 

Il lupo era convinto che si fossero persi, nonostante Gosha si fermasse ogni dieci passi per alzare il muso all’aria e cercare di fiutare l’odore giusto, le sottili narici da rettile che fremevano alla disperata ricerca di una traccia. 

“Da quanto tempo è che non torni in questa giungla?” 

“Un po’.” 

Decenni. Decenni, da molto prima che Legosi nascesse, quando sua madre Leano non era altro che una lupacchiotta in fasce. Non erano bei ricordi, non sicuramente del genere che Gosha avrebbe voluto condividere con il nipote. 

I draghi di Komodo sapevano essere spietati come la giungla da cui erano originati, velenosi e crudeli quando volevano - e quelli che passavano un po’ troppo tempo nella giungla non ne uscivano mai intatti. Ma forse era giusto che Legosi lo accompagnasse, che si approcciasse a quel posto quando ancora Gosha era lì per aiutarlo a sopravviverci piuttosto che farsene mangiare vivo più avanti - perché Gosha non aveva dubbi che il nipote non si sarebbe limitato a spedire la sua salma e lavarsene le mani quando fosse stato tempo. 

“Nonno? Penso di aver trovato qualcosa.” 

Gosha si voltò e sì, davvero, vi era un passaggio tra quelle liane, una serie di rametti calpestati a formare un sentiero invisibile se non ad occhi attenti come quelli di Legosi. Il drago di Komodo gli fece cenno di restare indietro e si avventurò per primo, ampliando la strada con artigli e coda, scacciando insetti al suo passaggio. 

Forse non era la strada giusta. 

Forse era una trappola ingegnata da predatori più furbi di loro. 

Legosi aveva ripreso a trotterellargli dietro, fradicio di sudore e ansimante, non esattamente l’apice della discrezione. 

Ma poco importava perché al termine della pista si apriva uno spiazzo, spoglio di alberi e piante, ma  non di animali.  

Non era un a trappola. 

Era molto peggio. 

Erano arrivati. 

 
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 BEASTARS, Legosi/Louis, Doctor Who!AU
  • Maritombola 22 - In una astronave (Extratombola - Bestiality)


- - - 

Note: temporary major character death, frottage 

- - - 


Gosha gli dà l’orologio il giorno del funerale di sua madre. 

“Non aprirlo mai,” gli dice, “a meno che tu non senta di non poter vivere altrimenti.” 

Legosi non capisce - e come potrebbe - ma stringe comunque l’orologio da taschino tra le mani. È d’argento e finemente cesellato, troppo prezioso per essere maneggiato da un ragazzino goffo e ancora scoordinato dalla crescita. Legosi teme di rovinarlo, di graffiarlo con i suoi artigli. 

“Nonno, non… non posso tenerlo.”
“Nemmeno io.” 

È una tentazione, Gosha lo sa, la tentazione di abiurare le proprie scelte, negare quelle di Leano, invalidare quelle di Toki. Non c’è niente di fissato nello spazio-tempo, se non l’orrore che potrebbe provare per sé stesso una volta aperto quell’orologio - troppe cose che potrebbero cambiare, troppi sacrifici che non spetta a Gosha fare. 

“Mettilo via adesso, Legosi, che non fa bene guardarlo troppo a lungo. Fa venire strane idee.” 

Il lupo si fa scivolare l’orologio in tasca e Gosha spera che non gli debba venire mai la tentazione di aprirlo. 

Dopo il funerale, il rettile non vede Legosi per i successivi cinque anni. 

Ci prova a dirsi che è solo perché il nipote sta crescendo e a quell’età agli adolescenti piace essere indipendenti, ci prova a dirsi che non è stata la morte di Leano a creare una faglia tra loro. 

E poi, improvvisamente, un pomeriggio di cinque anni dopo, Gosha ricorda tutto. 

Lo sa ancora prima che il telefono squilli e quando lo fa, sa anche che è Legosi dall’altro lato della cornetta. 

“L’ho aperto. Sto venendo a prenderla.” 

Gosha sente le lacrime scivolargli sulle guance ruvide. “Ti aspetto.” 



Non lo ha salvato. 

Non sapeva nemmeno di doverlo fare dopotutto. 

Sono passati tre giorni da quando ha liberato Haru e da quando Louis è scomparso. Tre animali non sono tornati a scuola quella notte, ma soltanto uno non era ai cancelli la mattina dopo. 

Legosi sapeva che Louis li aveva seguiti, se lo sentiva nelle ossa che il futuro Beastar non avrebbe rinunciato così. Eppure pensava che qualunque cosa Louis avesse fatto, sarebbe tornato trionfante. 

Invece l’unica cosa che è tornata è una scatola, indirizzata a lui, con tanto di nome. 

E quando l’ha aperta dentro c’era soltanto il frammento di un palco, chiazzato di sangue - il lupo non ha nemmeno avuto bisogno di annusarlo per sapere che veniva delle corna di Louis. 

È un messaggio. Stiamo venendo per te. 

Avrebbe dovuto ucciderli tutti. Avrebbe dovuto strappare la gola al capo e lasciarlo a morire in una pozza di sangue, tagliare la testa alla bestia in modo da sparpagliare i ranghi. Invece era stato debole, lo aveva lasciato vivere. 

Ed Louis era morto in cambio. 

“Legosi, tutto bene?” Jack gli posa una mano sulla spalla, ma Legosi lo scuote via, brusco, rifiutando il contatto. 

Cosa c’è in quella scatola?, vorrebbe chiedere il cane, vorrebbe pretendere di sapere perché sente l’odore del sangue, e chi mai invierebbe qualcosa di insanguinato al suo migliore amico? La stessa persona che tre giorni fa gli ha fatto quelle ferite? Sta succedendo qualcosa a Legosi, Jack lo sa, non può c’entrare solo la coniglietta, perché quella scatola, qualsiasi cosa ci sia dentro, puzza di cervide, Jack lo ha sentito non appena Legosi l’ha aperta. Non ci vuole certo un cervello geneticamente potenziato per collegare quell’odore al cervo di cui tutta la scuola non fa che parlare perché è scomparso da tre giorni. 

“Legosi…” Jack lo chiama ancora, prende tempo e coraggio, perché non vuole davvero conoscere la risposta alla domanda che sta per fare, ma deve farla lo stesso. “Legosi, cosa c’entri con la sparizione di Louis?” 

Il lupo chiude il coperchio di scatto e si volta verso Jack, “Cosa…?” 

Jack lo osserva, vede la follia nei suoi occhi - cerchiati di rosso e sbarrati e selvaggi. Non lo ha mai visto così. Quasi si aspetta una risata malvagia accompagnata da un “sei sempre stato troppo intelligente, Jack, ora dovrò uccidere anche te” - se solo quello non fosse il suo amico Legosi, quello che non farebbe male nemmeno ad una mosca. 

“Legosi, coraggio, a me puoi dirlo.” 

“È morto.” 

Legosi lo dice e improvvisamente diventa vero. 

Deve sedersi. 

Si lascia cadere sul letto, la scatola ancora in mano, e scossa la testa, come se bastasse a cambiare il fatto che Louis è morto

“Come?” Jack chiede, e si rifiuta anche solo di pensare come lo sai? o peggio, l’hai ucciso tu? 

“Non lo so. Io… non c’ero. Non ero lì per lui. Avrei dovuto esserci.” 

E oh, oh Legosi, in che ti sei andato a cacciare, sempre con il peso del mondo sulle spalle. 

Jack si inginocchia sul pavimento davanti a lui per prendergli la scatola dalle mani e Legosi oppone resistenza di riflesso, stringe le dita attorno al legno, prima di lasciar andare e permettergli di prenderla. 

Il labrador solleva il coperchio abbastanza da sbirciarci dentro, da vedere il frammento di osso e sentire la zaffata di sangue e cervo e… felino? Non è chiaro di che tipo, dopotutto quello che gli hanno inviato è soltanto un pezzo di corna - niente di vitale, ma non lo avrebbero fatto comunque, perché sprecare ottimo cibo solo per mandare un messaggio? - e forse è proprio questo che lo rende così definitivo. 

“Comincia dall’inizio,” Jack gli posa la mano libera sul ginocchio, stringe cercando di dargli conforto, e il lupo gli racconta di Haru e del suo rapimento, di essere andato da Louis per sapere che fare e di come lui si sia rifiutato di fare qualcosa, solo che poi qualcosa deve averlo fatto comunque, forse per un rimorso di coscienza, forse per amore, forse semplicemente perché è Louis. 

Jack lo ascolta, amico fedele che non è altro, e alla fine dice, “Dobbiamo sbarazzarcene, Legosi.” 

“Cosa?” Legosi lo guarda sconvolto, perché quella è l’ultima cosa che gli rimane di Louis, la presenza più ingombrante della sua vita che ora è improvvisamente sparita e lui non può lasciare andare anche quella scatola. “No!” 

Jack lo sa di sembrare poco empatico, ma non può fare niente per far stare meglio Legosi, per non farlo soffrire oltre, - qualsiasi cosa sarebbe soltanto una frase fatta, senza valore, che quando Legosi si pianta in testa che una cosa è responsabilità sua, non c’è modo di fargli cambiare idea - perciò l’unica cosa che può fare è usare il cervello per tenerlo al sicuro. 

“Ragiona, Legosi, è una prova! Mi hai appena detto che sei dovuto andare tu a salvare la tua coniglietta, e se la sua unica speranza è stata un lupo adolescente invece della polizia, l’organo competente e armato. Cosa pensi significhi?” Legosi scuote la testa perché è ancora troppo sconvolto dal fatto che Louis è morto, dannazione, e Jack continua a parlare,  “Se ti trovano con questo daranno la colpa a te, perché è la storia che gli conviene di più. Pensaci! Dovrebbero ammettere che c’è una gang di leoni che rapisce sistematicamente erbivori e che loro non stanno facendo nulla. Uno studente che dà di matto e mangia un compagno di corso è più vendibile e oh! Oh, merda! Ti daranno la colpa anche di Tem.” Jack scatta in piedi, una mano a coprisi la bocca. In che momento la sua vita è diventata un dannato film poliziesco?

“No,” Legosi approfitta della sua distrazione per riprendersi la scatola, “Non posso, Jack. Louis è morto. Per colpa mia. E questa è l’unica cosa che mi rimane di lui.”  

Jack tenta di farlo ragionare, ma Legosi si butta nell’armadio a rovistare tra le sue cose, cercando di seppellire la scatola sul fondo del cassetto, come se bastasse a far sì che nessuno potesse mai trovarla. 

È in quel momento che le sue dita sfiorano il freddo metallo di un orologio da taschino che quasi aveva dimenticato di avere. 

“Non aprirlo mai, a meno che tu non senta di non poter vivere altrimenti.” 

Una marea di sciocchezze, un enigma vuoto che doveva soltanto servire a distrarlo dal funerale di sua madre - non abbastanza, a distanza di così tanti anni,  per distrarlo dal funerale di Louis.

Come se servisse a qualcosa. 

Legosi afferra l’orologio con rabbia, sente i suoi artigli sfregare contro il quadrante, sfregiare gli intarsi. Non gli importa. Non importa nulla. 

“Non aprirlo mai, a meno che tu non senta di non poter vivere altrimenti.” 

Non vuole dire nulla. Non ha significato, come tutto il resto d’altra parte. 

Così Legosi apre l’orologio.

“Legosi!” Jack grida, ma il lupo non lo sente più. 

È il giallo. 

Tutto diventa giallo, dorato come la polvere del tempo, come la matrice dello spazio, come il pozzo dentro il quale avrebbe dovuto guardare sperando di non impazzire. 

Non è un evento fissato nel tempo e nello spazio, è qualcosa che può cambiare e per farlo deve soltanto…

“Legosi!”
“Devo andare!”
“Sei appena svenuto! Devi andare da un dottore!” 

Ah. 

Ma no, Legosi non ha bisogno del Dottore. 

“No. Adesso sono io il Dottore.”
“Oh, Rex! Ha un trauma cranico!” 


*


Louis ha smesso di cercare di convincersi che sia una pessima idea. Il peso della pistola nella tasca è rassicurante, la mano chiusa intorno al calcio come ulteriore precauzione. Tutto inutile, in ogni caso. Sarà morto per la fine della serata. Lui insieme a quell’idiota di Legosi e Haru, sempre che lei non sia già morta rendendo tutto questo ancora più stupido. 

Non avrebbe dovuto lasciarsi coinvolgere, ma Louis ha già fatto pace con sé stesso - non può lasciarli andare a morire da soli. 

Ciò non toglie che abbia un piano, o se non altro un abbozzo, e quindi si avvicina alla tana dei leoni  con nonchalance studiata, girandoci intorno e assicurandosi che nessuno stia prestando attenzione a lui. 

Per questo è inaspettato che qualcuno lo afferri per un polso e lo trascini indietro. Louis, rapido di riflessi, sfrutta il momentum per ruotare su stesso, ma non ha fatto bene i conti e si ritrova a sbattere contro il petto dell’aggressore. 

“Legosi? Ma che cazzo?!” Il cervo allontana la pistola dalla tempia del lupo, ma non la abbassa. Legosi non sembra nemmeno aver fatto caso al fatto che Louis gliela avesse puntata contro in prima battuta. 

“Sei vivo.” 

“Certo che sono vivo!” 

“Andiamo.” 

“Ma Haru…” 

“Haru sta bene.” 

Se fosse stato chiunque altro, Louis non ci avrebbe creduto, perché il lupo aveva un vantaggio minimo su di lui e quello è il covo della Shishigumi, non c’era il tempo materiale per un salvataggio. Ma quello è Legosi e se gli dice che Haru sta bene, allora Haru sta bene. 

“D’accordo.” 

Solo che andiamo è una porta affacciata sul nulla in mezzo alla strada e Louis si ritrova a fissare la scatola tra le sue mani, a stringerla compulsivamente, talmente forte da farsi sbiancare le nocche sotto la pelliccia rossastra, dopo che Legosi gli ha raccontato la storia più assurda su astronavi e marchingegni che alterano memoria e DNA, e viaggi nel tempo per cambiare un passato che non è ancora divenuto tale perché - 

“Sono… morto.” 

“Sì.” 

“Ma adesso sono vivo.”
“Perché per te non è mai successo.” 

Quello che dice Legosi non ha senso - è complicato e arzigogolato e manca di logica in ogni sua parte, come quasi tutta la morale che muoveva Legosi prima che si presentasse con una fottuta astronave che viaggia nello spazio-tempo. 

Forse Louis è morto davvero. Forse questa è l’allucinazione che il suo cervello ha inventato negli ultimi minuti di anossia prima di spegnersi definitivamente. 

Forse Louis è sempre stato quello che non aveva senso e non l’aveva mai capito. 

“Vuoi tornare a casa?” Legosi chiede e Louis scoppia a ridere. Casa. Ha appena scoperto che esistono i fottuti alieni e che se non fossero esistiti lui sarebbe morto e Legosi gli chiede se vuole andare a casa. Dove, a Cherrinton? Da Ogma? Alla Torre del Mercato Nero? Quale cazzo è la sua casa, eh?
“Louis?” 

D’accordo, Louis può ammettere di star avendo un crollo psicotico, che tutto questo è un po’ troppo, così cerca di contenere i singhiozzi della risata che ancora gli scuote il petto e si volta verso il lupo. 

“Mi hai appena detto che questa cosa viaggia ovunque in qualunque tempo e in qualunque luogo e che sarei potuto morire tra un’ora e mi chiedi se voglio tornare a casa? No, cazzo! Portami in un qualsiasi altro posto che non sia casa!”

Legosi cerca di impedirsi di scodinzolare, ma non ci riesce. 



Accade alla periferia di una città qualunque su un pianeta qualunque, - perché i mercati neri esistono in tutti gli universi e homo homini lupus è una stronzata, tutte le forme di vita tendono all’edonismo, anche quelle con i tentacoli e le uova - ma per Louis la città di Kumsdel sul pianeta Rho IV rimane una rivincita personale. 

Certo, devono fuggire in fretta e furia, la sirena dell’allarme che spacca i timpani non appena aprono le prime catene ai polsi degli schiavi, e riescono a malapena a sfuggire il blocco della gendarmeria, ma quando alla fine Legosi li lascia sul loro pianeta di origine, tra le lacrime e la gratitudine, Louis non riesce a fare a meno di smettere di piangere. 

Non pensa di averlo mai fatto prima, nemmeno nella Torre del Mercato Nero, nemmeno da cucciolo, e ora invece quel liquido salato gli bagna le gote e. Non. Riesce. A. Smettere. 

“Tutto bene?” Chiede Legosi e già sta per entrare nel panico. 

Louis potrebbe dire che sì certo che va tutto bene, che il lupo ha appena infranto quindici leggi interplanetarie o giù di lì solo perché Louis non voleva lasciare quelle povere creature in catene e ovviamente Louis è l’essere più felice nella galassia, forse nell’intero universo ed è tutto merito di Legosi. 

Invece Louis gli prende il muso tra le mani e pianta le labbra sulle sue. 

Il lupo, preso alla sprovvista, rimane impalato. “Louis?” 

“Oh. Scusa.” Il cervo fa un passo indietro, “Pensavo… Ho frainteso.” 

“No!” 

“No?” 

“Mi hai preso alla sprovvista. Ero io che non pensavo…”
“Ah.” 

“Quindi posso…?” 

“Oh, Rex, sei proprio vergine! Non si chiede!” 

“Il consenso è importante.” 

“Sta zitto!”
E Louis lo bacia di nuovo. 

Legosi nemmeno questa volta sa dove mettere le mani, ma se non altro è preparato. È un po’ strano, ma poi Louis gli prende le mani e se le porta sui fianchi. 

Al lupo sembra che il petto gli possa esplodere, le mani gli sudano, non può credere di star davvero baciando Louis, toccando Louis. 

Gli sfugge un ringhio dal fondo della gola, un mugolio che sembra dare al cervo il permesso di approfondire il bacio, socchiudendo le labbra per leccare il bordo affilato dei canini di Legosi. 

Legosi si ritrova schiacciato contro la consolle dei comandi senza nemmeno rendersene conto, le mani di Louis che sbottonano rapide la sua camicia. 

Legosi non è del tutto sicuro di cosa stia accadendo, sa solo che non vuole fermarsi, che non gli sembra vero, così lo lascia fare, anzi lo segue, strattona la sua di camicia fuori dai pantaloni per posare i palmi contro il pelo serico dei suoi fianchi, accarezzando la carne calda del suo addome. 

Louis rabbrividisce contro il suo petto, gli si stringe contro e finalmente - finalmente! - riesce ad avere la meglio dell’ultimo bottone e sfilargli la camicia. 

“Lubrificante.” 

“Eh?” 

“Ci serve del lubrificante, Legosi!”
Legosi, che al momento non sa nemmeno come si chiami, non sa nemmeno se ci sia del lubrificante sulla dannata astronave e il suo contributo è un utilissimo “Uh.” 

Louis scossa la testa, “Beh, allora la scopata di ringraziamento dovrà aspettare,” ma comincia comunque ad armeggiare con la cintura dei pantaloni del lupo e Legosi si sente estremamente stupido - anche se a sua discolpa è perché tutto il suo sangue si trova in una regione del suo corpo che non c’entra niente con il cervello.  

“Che stai facendo?”
“Oh, Rex, Legosi! Ci sono altre cose che si possono fare senza lubrificante.” 

Legosi scossa la testa, cerca di fare un passo indietro come se Louis non lo stesse tenendo per il cavallo dei pantaloni - molto distraente, in ogni caso - e no, non gli si chiariscono le idee affatto, ma una cosa l’ha recepita nonostante l’erezione. “Scopata di ringraziamento, Louis?” 

“Beh?” 

“Non devi venire a letto con me per ringraziarmi.” 

Louis scuote il capo e ridacchia. “Sei proprio un idiota. Pensi che il mio culo valga così poco?” 

Legosi quasi si strozza con l’aria, comincia a tossire e riesce a malapena a gracidare un “scusami?” 

“Se mai dovessi vendermi,” e lo dice con una veemenza tale che Legosi si dà dell’idiota per aver anche solo pensato una cosa del genere, “pensi che sarebbe per uno sciocco sentimentalismo come questo?” 

Legosi scossa la testa in diniego, “È solo che…” 

“Sì, Legosi, voglio davvero venire a letto con te. Rex sa solo il perché a questo punto.”

“Oh.” 

“Se questo non fosse stato chiaro abbastanza,” e Louis gli prende la mano e gliela porta sulla sua erezione. Legosi lo può sentire attraverso la stoffa, il profilo della sua eccitazione, duro e rigido, per lui.   

Gli strappa un mugolio dal fondo della gola, gli porta a galla istinti che pensava di aver sepolto ed è Legosi allora a spingere Louis contro la consolle, a strattonargli via i vestiti e strusciarsi contro di lui, infilarsi tra le sue cosce come se lo stesse montando davvero. 

“Legosi…” Louis geme perché ogni spinta di Legosi tra le sue gambe chiuse fa sfregare la sua erezione contro l’addome dell’altro, ma il lupo gli chiude la bocca con la propria e il cervo non può far altro che gettargli le braccia al collo e muove il bacino al suo stesso ritmo. 

Non ci vuole molto per due adolescenti come sono a raggiungere l’apice e venirsi addosso - fortunatamente senza danni permanenti ai comandi di navigazione su cui sono praticamente sdraiati. 

“Legosi?”
“Uh?” 

“Il tuo battito è strano.” 

“Ho due cuori adesso. È un pacchetto completo con l’astronave.” 

Louis, ormai, ha visto cose più strane. 

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Legosi/Louis

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+ Maritombola 33 - Immagine (Extratombola - Bestiality)


Ci sono fin troppe persone fuori dal teatro quando Legosi arriva. Louis gli ha detto di presentarsi lì davanti anche se non è giorno di prove e anche se le prove normalmente non si svolgono in teatro, ma Legosi pensava fosse soltanto ordinaria amministrazione. 

Invece c’è una folla davanti alle porte chiuse e, se i suoi occhi di lupo non lo tradiscono, hanno tutti in mano uno strumento musicale. 

Ma che -?

“Legosi!” 

Il lupo si volta di scatto verso la voce di Louis. Il cervo è comparso sulle porte e già lo fissa con impazienza.  “Muoviti, Legosi!” 

Se qualcuno si azzarda anche solo a pensare una lamentela sul fatto che l’ultimo arrivato stia passando davanti a tutti, le occhiatacce del cervo e la stazza del lupo servono a fargli mordere la lingua e tacere. 

“Che sta succedendo, Louis?” Legosi chiede, incrociando una giraffa che esce dal bagno asciugandosi le lacrime e stringendo al petto la custodia di un violino. 

“Facciamo le audizioni per l’orchestra di supporto.”
“Non sapevo avessimo bisogno di un’orchestra dal vivo. Pensavo che le tracce audio…” 

Louis sospira, “Non ne abbiamo bisogno. Sono le pecche della diplomazia. Le tracce audio sarebbero sufficienti, ma il club di musica ha troppi membri e non abbastanza tempo per far esibire tutti al concerto di fine anno. Perciò ci é stato chiesto di prendercene in carico qualcuno.”

Ah, già, Louis il pacificatore, a mediare dispute e trovare soluzioni come il novello Beastar che ancora non è diventato. 

Legosi annuisce, “e io a cosa ti servo?” 

“Oh, supporto morale, diciamo così. A meno che tu non sappia suonare uno strumento.” 

“No,” Legosi ha un brivido al ricordo di tre stonatissime lezioni di pianoforte da bambino che sua madre aveva insistito prendesse, “ma anche se fosse, Louis, non siamo qui solo per un’audizione, vero?” 

Il cervo ride, “Sapevo che eri un lupo intelligente.” 

Louis lo fa sedere in terza fila accanto a lui e Legosi ancora non ha capito quale esattamente sia il motivo per cui è qui. 

Sul palco c’è già un leone, la lunga criniera legata in una coda e una chitarra a tracolla. 

“Avanti, facci sentire qualcosa,” il cervo gli dà il via e Legosi trova che il leone non sia nemmeno così male, solo che dopo appena qualche accordo sbaglia una nota. Nella penombra della platea, Legosi sbircia Louis contrarre la mascella ad ogni nota sbagliata e uh, no, ritira tutto, non promette affatto bene, non che lui se ne intenda di musica. 

Legosi è talmente distratto che non si accorge della mano che Louis gli ha posato sul ginocchio finché questa non comincia a risalire lungo la sua gamba, accarezzandogli lentamente le cosce. 

Il lupo rabbrividisce, vorrebbe fermarlo perché questo non è il momento, ma quando mai è riuscito davvero a fermare Louis? 

Louis continua ad accarezzarlo attraverso la stoffa, in lunghi movimenti che seguono la cucitura del jeans e che lo fanno diventare matto, perché si fermano giusto appena prima di arrivare a toccarlo davvero. 

Legosi si dimena sulla poltroncina e divarica leggermente le gambe, ma Louis sembra ignorare il suggerimento. 

“Non dirmi che mi hai chiamato qui solo perché ti stavi annoiando,” il lupo ruglia, la voce arrochita dall’eccitazione e il cervo si volta verso di lui e ghigna. In sottofondo il leone sbaglia un’altra nota e la mano di Louis finalmente risale fino al suo inguine, traccia con le dita i contorni del suo cazzo attraverso la stoffa, lo sente diventare duro premendoci il palmo sopra. 

“Louis!” Legosi ringhia, e respira profondamente per cercare i calmarsi. 

Il leone sul palco sbaglia l’ennesima nota e Louis rotea gli occhi come a dire, ‘vedi? Vedi che mi tocca sopportare?’ 

Legosi lo fulmina con gli occhi e il cervo ridacchia, come se metterlo in difficoltà fosse l’apice della sua giornata. 

“Va bene, grazie, è sufficiente, puoi andare.” 

“Oh, ok. Come sono andato?” Il leone chiede speranzoso. 

“Come sei andato?” Louis ripete, spingendo sulle parole con incredulità e sarcasmo, come se la risposta non fosse evidente e Legosi sa che si sta preparando a vedere un altro animale lasciare in lacrime il palco - o peggio, cercare di uccidere Louis, perché quando ci si mette riesce a togliertelo dagli artigli l’istinto omicida. - quindi posa una mano sul ginocchio di Louis e stringe. 

Il cervo sembra recepire il messaggio, perché tutta la tensione si dissipa e conclude la frase con un debole, “Bene, ti faremo sapere.” 

Il leone annuisce e se ne va, fortunatamente non in lacrime. 

“Non gli farai sapere.” 

“Certo che no. Non lo hai sentito?”

Legosi potrebbe rispondere che no, era piuttosto distratto. “Già, non va bene per l’orchestra.” 

“Non va bene per niente. Ci hanno mandato un branco di incapaci che non vogliono far suonare nemmeno loro e io dovrei trovare il modo di sceglierne qualcuno e allo stesso tempo non farmi rovinare lo spettacolo.” 

“Troverai una soluzione, ma asfaltare quei poveretti non mi sembra possa aiutarti a trovarne uno decente.”

“Sei troppo buono,” Louis gli dice contrariato. 

“Non sono qui apposta per contenerti? Che ne sarebbe di diventare Beastar se mandassi all’aria la diplomazia?” 

“Sapevo di aver fatto bene a chiamarti.” E poi “Il prossimo!” 
Legosi sospira, sentendo la mano di Louis tornare al suo inguine. 
"Louis..."
 
Il cervo ridacchia e gli apre la patta nella penombra del teatro. 
Legosi cerca di non gemere quando la mano di Louis si chiude intorno alla sua erezione - potrebbe andarsene, certo, ma quando mai Legosi non fa quello che Louis vuole?
Il cervo lo porta all'apice senza battere ciglio e poi, proprio mentre Legosi si dimena sulla poltroncina, così prossimo a venire, così vicino, solo un'altro po' - Louis lo lascia andare per applaudire. Legosi apre gli occhi di scatto, in tempo per vedere una zebra fare un inchino, un flauto stretto tra le mani. Eh?  
"Molto bene, miss, perfetta. Abbiamo il primo membro della nostra orchestra."
La zebra si allontana contenta e "Che cazzo, Louis?" 
"Non vale se l'unico frustrato sono io." 

Alla fine, Legosi dovrà ringraziare la pausa pranzo - e la pausa merenda e anche la pausa cena - perché altrimenti il cervo l'avrebbe fatto diventare matto.  Oh, certo non riuscirà a sedersi per i successivi tre giorni probabilmente - lo sgabuzzino è un po' troppo stretto per stare piegati a novanta sul mobiletto dei detersivi e uscirne indenni - ma Legosi non può dire che lasciar sfogare la frustrazione di Louis non sia un buon modo di passare il sabato. 


Cosmo

Jan. 14th, 2021 10:10 am
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Cosmo!Centric

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+ Maritombola 11 - Apatia (Extratombola - Bestiality)


They think she does it because she likes the thrill of it and they couldn’t be more wrong. 

She doesn’t like it, no, she hates it.

She hates the adrenaline, her survival instinct kicking in, she hates her heart beating so frantic in her chest, her senses alert, the fear and the need to run, and mostly she hates that she needs it. 

That she only feels alive when she’s risking to die. 

She hates selling herself, but not everyone has the luxury of choice in this world, and she hates  doing it to carnivores and she hates that she can’t stop. 

She tried - it’s not like strip clubs and prostitution don’t exist outside the Back Alley Market, herbivores have coupling impulses too -  so she went and worked for one of those herbivores topless-only vanilla club, with no cage needed to keep the public from eating the stripper. 

She stopped caring after a few days, because what was the point? It was all so meaningless. 

She scared herself then, because it’s one thing to know you’re putting yourself in danger, that someone could hurt you and maim you and kill you, and it’s another whole thing thinking “what would happen if I just walked on the rails” as the train you’re waiting for is about to arrive and  you don’t give a shit about the answer. 

So she went back, back to the cage, the risk, the danger, back to giving her number to strangers and walking with them in dark alleys not knowing if it was to suck their cock or to get eaten alive. 

She didn’t do it because she liked it, even if it’s true, there is something different in animals lusting for her with all their bodies, starving for her - the power of rendering them bumbling messes that don’t even know what they want from her, the power of leaving them unsatisfied, of giving just enough to soothe the erection in their trousers, but not enough, never enough, because they can’t eat her, no, no, hands down, gents, - but who is kidding who, now? 

Even if she didn’t meet with clients outside - didn’t suck their cock in dirty bathroom stalls, their claws clenching her head as she chokes on their dicks, wondering if this is how she leaves this world, strangled during a blowjob - they still can eat her, and eat her they will, sooner or later. she knows it and her manager knows it and her colleagues and her costumers too. 

But the world is full of people who don’t care, and she doesn’t either.

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Legosi/Louis

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Maritombola 77 - X si decide a cercare finalmente un pegno d’amore degno di Y (Extratombola - Bestiality)


Notes: 

Title’s in Italian, taken from “Il dono del cervo” by Angelo Branduardi (‘cause why not, I title half of my Italian shit in English, might as well do it the other way around this time). Besides it was perfect for prompt 77 *wink wink* 

The prompt is more about finally taking the decision, instead of searching for the actual gift.


Legosi gets used to waking up in the middle of the night, drenched in cold sweat and aroused, feeling like crying and throwing up and jerking off. 

It’s because he dreams of it every night. 

It’s not just the fight, even if he had almost died, no, that’s not what he dreams about. 

Legosi dreams of Louis’ body, hot and vibrant, pressed under him, of the sound of Louis’ heart, beating frantic in his chest, fear and expectation both rushing in the deer’s veins, taking over his smell. He dreams of burying his muzzle in Louis’ chest, of inhaling his sweat, of the raspy sensation of Louis’ fur against his lips, the muscles of his leg contracting against his tongue. 

He dreams of a broken curse, of a carved number swallowed whole, an invisible chain dissolved by stomach acids. 

Legosi dreams of blood dripping from his fangs and bones breaking in his mouth and flesh filling his throat. 

And then Legosi keeps dreaming. 

Not about fighting Riz, no, Legosi dreams of eating Louis whole, of eating his leg and then keep eating, of not being able to stop. He dreams of Louis closing his eyes and not resisting. He dreams of an altar and he dreams of Louis giving himself up, sacrificing himself, of Louis putting his hand over his own chest and taking out his heart, of Louis feeding it to him. 

Legosi dreams of biting it, blood spurting from the pressure, and of chewing it, of chewing and chewing until his jaw aches and he can no longer open his mouth and he dreams of Louis, with a hole in his chest, kissing him, licking his own blood from his lips, prying them open with the strength of his sheer will, of Louis taking his face in his hands and leaving the print of his bloodied hands on his fur

Legosi dreams of Louis dragging him down over him, between his spread legs, and taking him in,  giving himself up in a different way, he dreams of the deer’s leg and stump closing around his waist, not allowing him to leave, and clenching and crushing him, pushing the wolf deeper inside him as he is inside Legosi - blood and sex reflecting in a skewered mirroring - and keeping him there as he presses his hand inside his mouth and whispers, “Bite me, Legosi,” and Legosi… 

Legosi startles awake with a throbbing cock and bile rising in his mouth. He’s salivating, for goodness’ sake, like a feral animal in the wild. 

He disgusts himself. 

Legosi gets up, starts pacing to get rid of all the sensations - he refuses to take a shower, a long hot shower where he could jerk off on the thought of eating and fucking Louis, fuck no, even if Gohin told him it would help. 

That’s not a particular train of thoughts he wants to follow. 

You repress it too much, it has to get out somehow, and so you dream about it. You need to face what you feel for Louis and solve it, or else someday you’re gonna snap and you’re gonna end up eat him and I won’t allow it, do you understand Legosi? 

But Gohin doesn’t understand - how could he? He never met Louis, and even if he had, he wouldn’t know him as Legosi does.
The panda wouldn’t understand, doesn’t understand. 

It’s not about eating meat. 

It’s not about instincts or predation or the food chain. It’s not about Legosi at all. 

It’s Louis, it’s always been about Louis.

Even when they thought it didn’t matter, the red deer had given him his extended hand on a stage in front of the whole school and his pain by doing it on a broken leg. 

And then it did matter, for Louis gave a part of himself up to save Legosi’s life, he immolated himself just so Legosi wouldn’t be killed. 

Louis cried for him, gave him his flesh, his tears, his trust and his life to dispose of - only because he wouldn’t want to live in a world without Legosi. 

And Legosi took it all. 

He took and took and took, he ravaged and tore and, maybe that’s the problem. Maybe it’s time for Legosi to give something back. 

And he just knows where to start. 

From Louis’ seventh gift. 

And then, all the others would follow. 


 

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Louis/Legosi

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Maritombola 41 - In your eyes, The Weeknd 


Louis clutches the papers in his hand, crumpling them and shoving them deeper inside the pocket of his trousers. 

It feels like failure and freedom. 

He tried so hard - so hard, always looking away, always pretending to be blind and oblivious, that everything was fine - and yet. Azumi divorced him. 

Louis knocks at the door he has been staring at for the past ten minutes. 

It takes a while and the waiting is the longest in the deer’s life. 

“Louis?” 

Louis takes a step forward, pushes Legosi in as he closes the door behind himself and the wolf stumbles back. 

“What happened?” 

Louis doesn’t reply, doesn’t let him ask further questions. Louis pushes him and when Legosi doesn’t falter anymore, he keeps pushing until he’s pressed against his chest and then he kisses him.
Legosi doesn’t move, shocked, his eyes widen, and Louis kisses him again, licking the seam of his lips. 

“Louis! What are you doing?” 

Legosi snaps out of it and grabs him by the shoulders, keeping him at a distance.

“I’m kissing you,” Louis deadpans, “And then, if you’re not against it, I’d like to fuck.” 

“But - but - why?” 

“I could leave, if you wish, but I was under the impression you were not opposed to the idea.” 

Legosi shakes his head, “I - I can’t. Louis…” 

The wolf is pleading. Louis always liked it, having Legosi in his power, having him orbiting around him, knowing what he felt but never acting on it. 

“I’ll go then,” the deer says, but doesn’t move. 

“Now you’re just being cruel,” Legosi closes his eyes, as if he couldn’t bear to look at him, “You know… you must know.” 

“I do. Is that the problem? That you want this to be meaningful?” 

“Yes,” Legosi doesn’t know if Louis expected him to deny it, but the wolf is so tired of pretending, “yes. I can’t take the brunt when you’re done with me.” 

“What makes you think that it’s not already meaningful? What makes you think, after all these years, that I’ll ever be done with you?” 

“Why now?” 

“Because I’m tired, Legosi, I’m so fucking tired of restraining myself from doing what I want” Louis places a hand on his muzzle, intertwines his fingers in the fur on his cheeks. “I’m an actor. I’ve always been. I’ve played the part though all my life and the only thing I got out of it it’s an empty theatre. When the public leaves, I’m nothing. Do you see my problem? The public always leaves at the end.” 

“But the theater crew stays after the curtain falls,” Legosi’s voice is hoarse and his hand curls against Louis’ hip, almost giving in. 

Louis looks at his lips, barely open, just the hint of his fangs hiding behind them,“They do, don’t they.” 

“What about your wife?” He tries to build barriers between them, to bring up reasons over reasons to not give in, but it was never up to Legosi in the first place and he should have known better. 

“She’s just part of the public and the show has ended.” 

Then Louis kisses him and Legosi does cave in, kissing him back.

It’s only when he has him all hot and bothered and on the verge of losing himself, of masochistically getting burned by his own feelings, that Louis tells him - because Louis always liked power plays. 

“I love you, Legosi. I’ve always had.” 

Legosi doesn’t reply. He doesn’t have to. 

It’s frantic and desperate - as if they couldn’t wait a minute more, as if everything would dissolve between their fingers -  Louis almost tears apart his clothes and Legosi can hear buttons clutter on the floor, torn from the fabric by his claws. 

Louis clutches his shoulder and pushes him on the bed, straddling him, and it’s almost oniric, something that could not be happening in reality and Legosi has to caress his spine to make it feel real, he has to grip his hips as Louis slowly lowers himself on his cock, raw and deliciously painful, -  because it’s clear by now that the deer is a masochist, denying themselves this long, and what for? 

“I’ve missed you,” Louis gasps against his lips as he kisses him, moving his hips to ride him and there’s blood, Legosi can smell it, but when isn’t there blood with Louis? 

You never had me before, Legosi should answer, because you can’t miss something you never experienced, but he knows what the deer means. It feels like going home, it feels like fucking finally, like finding under the couch the piece that was always missing from the puzzle. 

In the end - when there’s just semen and blood trickling down his thighs and he lies on Legosi’s chest, his knot still inside, filling him up - Louis can fucking finally smile, despite all the pain.  

“This feels way more real than anything,” he says. 

“That’s because this is true,” the wolf replies and his answer is just so simple, as if it were Louis the one that always complicates everything. And maybe he’s right. Definitely, he’s right. 

But this time, Louis would really like to prove him wrong.

“Yes. Yes, it is.” 


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Calendario dell’Avvento (Kaos Borealis)

10/12: Cioccolata calda

Maritombola (LandeDiFandom): prompt 62 - “Non pensavo avessi sentito.” “Ho sentito abbastanza.”

+ ExtraTombola: prompt 81 - Bestiality


Beastars

Legosi/Louis + Haru/Juno

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C’è una tazza di cioccolata calda questa volta sulla tavola della sua cucina, perché per i cervi non è tossica come per i canidi, ma niente biscotti, perché Juno si è rifiutata di farli. 

Se è per questo, si è perfino rifiutata di essere presente. 

Così Haru deve fare la parte della brava padrona di casa da sola, nonostante Juno sia soltanto dall’altro lato della porta della sua camera da letto, e far sedere Louis al tavolo della cucina con un penosa mancanza di biscotti appena sfornati, che l’ultima volta avevano lasciato un delizioso profumo in cucina.

Sarà perché Legosi le ha spezzato il cuore con molto più tatto. 

Haru ha solo dei miseri marshmallow pre-confezionati da offrirgli, che non saranno buoni come i biscotti di Juno, ma almeno con la cioccolata calda sono perfetti. 

Louis scossa il capo in diniego e dà a malapena un sorso alla cioccolata, giusto per sporcarsi le labbra, prima di abbandonare la tazza sul tavolo. 

“Siete due idioti,” sentenzia la coniglietta, piazzandosi di fronte a lui, e il fatto che Louis non protesti nemmeno all’essere stato chiamato idiota è già preoccupante di per sé, ma Haru non è proprio del migliore degli umori per farci troppo caso. 

La stella di Natale rossa non attira la sua attenzione come aveva fatto per Legosi, no, gli occhi di Louis sono bassi, fissi sulle sue mani che giochicchiano con l’orlo della sciarpa troppo grigia e bitorzoluta per essere stata comprata in negozio. 

E sta lì tutto il problema. 

La dannata sciarpa di Legosi che sarebbe dovuta essere una dichiarazione di amore eterno neanche l’avesse scritta con i fuochi d’artificio in cielo e che Louis è riuscito comunque a rigirare in modo tale da pensare che Legosi non possa certo intendere quello che ha inteso. 

“Vi state girando intorno da mesi ormai, sta diventando ridicolo.”
“L’unica cosa ridicola è questa dannata sciarpa,” Louis sospira, ma Haru non può fare a meno di notare che la sta comunque ancora indossando, “e il fatto che Legosi non abbia il minimo senso di come si sta al mondo.” 

Haru sorseggia la cioccolata calda, poco impressionata dal broncio del cervo. 

“Non hai pensato che magari Legosi sappia benissimo come si stia al mondo e che quella sciarpa significhi per lui esattamente quello che significa per il resto di noi comuni mortali?”

Louis sbuffa - sbuffa!, come se fosse Haru quella completamente fuori dalla realtà e non lui - e rivolge lo sguardo al cielo bianco fuori dalla finestra. 

“Lo sappiamo entrambi che se Legosi gli desse lo stesso significato l’avrebbe regalata a te e non a me.” 

Haru scuote la testa, “No, questo lo pensi solo tu e tra l’altro è pure una sciocchezza.” 

Louis fa per protestare, ma Haru lo blocca con la mano. 

“E se ti dicessi che Legosi è stato qui, seduto proprio sulla sedia su cui sei seduto tu adesso a chiedermi gli stessi consigli che mi stai chiedendo tu?” 

Louis apre la bocca e poi la richiude. Non è possibile, ci deve essere un’altra spiegazione. 

“Ma tu… e Legosi… io pensavo…” 

“Non abbiamo funzionato, Louis. Capita.” Haru si stringe nelle spalle finisce quel poco che resta dalla cioccolata, ma non basta a farle passare il freddo. “Non l’ho lasciato a piangersi addosso. Semplicemente l’amore che proviamo l’uno per l’altra non è più quel tipo di amore.”

“E cosa ti fa credere che tra noi sia quel tipo di amore?” Louis la rimbecca. 

“Non lo so, sarà perché io, al contrario tuo, ho parlato con Legosi, invece di supporre di sapere sempre tutto,” Haru gli punta il dito contro perché non ne può più di fornire servizio terapeutico a tutti gli ex-fidanzati delle sua vita, “Non glielo hai nemmeno chiesto cosa significava per lui quel regalo!”
“Chiedere una domanda di cui si sa già la risposta non ha molto senso,” il cervo lascia cadere un marshmallow nella cioccolata ormai fredda e lo ripesca con il cucchiaino, più per tenere occupate le mani che per gola. 

“Certo,” Haru alza gli occhi al cielo e sbotta, perché tutto questo prima era teneramente ridicolo, mentre ora sta diventato frustrantemente ridicolo, “e siamo seduti a questo tavolo a sviscerare quello che vi siete detti nemmeno fossimo tredicenni alla prima cotta proprio perché sai già la risposta! Voglio dire, la risposta è ovvia, ma tu proprio non la vuoi vedere!” 

Louis non sa cosa rispondere, gli capita spesso quando c’entra Legosi - è solo che il lupo gli scatena emozioni dentro che Louis non sapeva nemmeno di poter provare. 

“Non sono sicuro…” 

“Non sei sicuro?” Haru fa un verso strozzato, quasi non ci potesse credere, ma oh, certo che ci può credere, non c’è niente di più facile per Louis che ricadere nel cercare scuse per non avere quello che vuole - non è forse stata la stessa cosa che aveva fatto con lei? Oh, il matrimonio combinato e poi lei sarebbe stata sicuramente meglio con Legosi visto che l’aveva salvato dai leoni ed era finita così senza nemmeno una parola - “E di cosa esattamente non sei sicuro? Se volete stare insieme, stateci! Non c’è bisogno di metterci in mezzo tutto questa storia degli sventurati amanti con gli astri avversi. Non dico che sarà facile - e quando mai qualcosa lo è stato in questo mondo, eh? - ma nemmeno tanto complicato quanto la fate voi.”  

Haru esplode, perché è stupido e sciocco e fa male - averli nella loro cucina a cercare di risolvere il puzzle dei loro sentimenti, ancora e ancora e ancora, quando Haru doveva ancora superare il lutto per una relazione perduta e Louis lo aveva amato comunque, prima, e Juno, oh, non sapeva nemmeno dove cominciare con Juno - e c’è un limite all’idiozia che è disposta a sopportare per gli animali a cui vuole bene. 

Louis è preso in contropiede, perché Haru non l’ha mai vista così arrabbiata, quasi ferita. La coniglietta nana è sempre stata carina, dolce, e ora tutti i muscoli del suo viso sono contratti in una espressione rabbiosa, gli incisivi scoperti quasi come farebbe un carnivoro con i suoi canini. 

“Ma forse il problema non siete voi, forse sono io che mi circondo di gente incapace di vedere oltre il proprio naso! E Legosi che ti sbava dietro da anni - anni, Louis, anni!  - e se n’è accorto solo sei mesi fa e ancora non ha capito che anche tu provi le stesse cose da sempre. E tu, che hai bisogno di una comunicazione formale su carta bollata per renderti conto che Legosi ti ama. E Juno che dopo due anni che vi siete lasciati non ha ancora smesso di pensare a te e nemmeno riesce a stare nella stessa stanza con te e continua a considerarmi solo il coniglio che paga metà del suo dannato affitto! Per Rex, perché dovete complicare tutto così tanto, eh? Vai da Legosi e digli quello che provi e smettila di nasconderti dietro a quello che dovresti o non dovresti fare. Per una volta fai quello che ti rende felice, almeno tu che puoi!” 

Haru si accascia sulla sedia, come una corda di violino talmente tesa da essersi spezzata. Non è fatta per arrabbiarsi, Haru, non è un predatore dagli istinti violenti e il suo corpo lo sa benissimo. 

Louis le prende una zampa tra le proprie e la mano di Haru si contrae in un guizzo, quasi avesse voluto sfilarla via, prima di cambiare idea. 

“Avrei dovuto rendermi conto che non era il caso di gravare su di te anche questo mio problema. Mi dispiace, Haru.” 

“Non è che…” prova a dire, ma le parole non le escono come vorrebbe, “Non è che io provi ancora qualcosa per Legosi. Non in quel senso, abbiamo fatto la cosa giusta a lasciarci, ma… fa male, Louis. Fa male vedere che potreste essere felici. E fa ancora più male pensare che potreste essere felici e non lo siete. A cosa serve che Legosi non mi ami più se non riesce nemmeno ad amare te? O che tu abbia spezzato il cuore a Juno se non è per essere felice con chi ami davvero?” 

“O che tu abbia lasciato spegnere la prima vera storia importante della tua vita se Juno non ti ricambia?” 

“Non è giusto.” 

“La vita raramente lo è.” 

“Lo so. Ma per Rex, tu e Legosi avete già qualcosa, siete soltanto ciechi da non vedere che non è a senso unico!” 

C’è dolore e rassegnazione nel tono di Haru e Louis vorrebbe fare qualcosa, essere in grado di consolarla come lei fa con lui, ma non è mai stato bravo con le emozioni - si fa fatica ad impararle quando l’unico motivo per cui sei al mondo è che sei stato cresciuto per uno scopo e poco importa se esso sia essere mangiato, ereditare l’Horn complex o diventare il Beastar. 

Lo stesso, Louis le stringe la mano. “Pensavo che tu e Juno… vi foste trovate.” 

“Lo pensano tutti,” Haru ridacchia triste, “dovresti vedere le occhiate che ci lancia la padrona di casa quando andiamo a pagare l’affitto.”

“Tutti, eh?” 

“Già, lo pensiamo tutti… tutti tranne Juno.” 

“Ed è lei l’unica che importa che lo pensi.” 

Non c’è più molto da dire dopo. Louis potrebbe dire che gli dispiace, ma sarebbero parole vuote.

Haru giochicchia con il cucchiaino, immergendolo nell’amalgama freddo della cioccolata quasi solidificata e poi malauguratamente lo lecca, facendo una smorfia. 

“D’accordo che il cioccolato è cioccolato, ma così fa davvero schifo. Posso preparatene un’altra se ti va,” cerca di rendere la conversazione più leggera, ma Louis scossa il capo. 

“No. No, hai ragione. Devo andare a parlare con Legosi,” dice, tracciando con le dita il contorno delle trecce maldestre che il lupo ha sferruzzato sulla sciarpa. “Grazie, Haru.” 

Louis le posa un bacio sulla fronte, il suo respiro caldo le inumidisce la striscia di peli tra le orecchie in un deja-vu d’infanzia, la stessa sensazione di quando la baciavano sulla fronte i suoi genitori, quando era ancora una cucciola e il mondo non sembrava tanto brutto e doloroso. 

“Salutami Juno, se pensi sia il caso.” 

E il cervo si chiude la porta alle spalle.


* * * 


Juno fa capolino dalla porta e la prima cosa che le esce di bocca è “Mi dispiace.” 

‘Per cosa?’ vorrebbe chiedere, ma l’espressione di Juno le fa rimangiare la domanda. Sicuramente non si dispiace di non averla aiutata a intrattenere gli ospiti. 

“Non pensavo avessi sentito.” 

Speravo non avessi sentito,’ e ‘Quanto hai davvero sentito?’ sono i due pensieri che le frullano nel cervello, ma Haru li sopprime prima che possano uscire dalle sue labbra. 

“Ho sentito abbastanza,” Juno sembra leggerle nel pensiero, “Haru…”

“Possiamo fare finta che tu non abbia sentito affatto?” Haru arrossisce e sente la terra mancarle sotto i piedi. “So che non…” 

“Quello che provo per te non è quello che vorresti tu.” 

“Lo so.” 

“No, non lo sai.” 

Juno la bacia, e Haru non ha nemmeno il tempo di chiedersi quando si sia avvicinata abbastanza da farlo perché è troppo distratta da tutto il resto. 

Il bacio è strano. L’angolo è sbagliato, la curva della mascella troppo morbida. I canini di Juno le sfiorano il labbro inferiore, ma lei non si ritira, non salta dall’altra parte della stanza balbettando delle scuse. Ma forse è perché Juno non ha mai tentato di mangiarla. 

Haru posa delicatamente una mano contro la sua guancia, infila le dita tra i ciuffi di peli rossicci ai lati della sua testa e stringe, la tira più vicina, sfregando i loro nasi insieme. 

Juno si lascia scappare un ‘oh’ sorpreso, le labbra che si aprono impercettibilmente e Haru ne approfitta per far scivolare la sua lingua tra le fauci dell’altra. 

Juno le stringe il braccio, delicata e attenta, Haru sente la pressione dei suoi artigli premere contro la carne attraverso il maglione, ma non abbastanza da tagliare. 

Haru ci ha messo così tanto per avere il suo primo bacio con Legosi che quasi si sorprende per la facilità con cui tutto questo sta accadendo, ma poi Juno si allontana e “Non posso,” dice contro la sua bocca,, “quello che provo… non è abbastanza. Sarebbe approfittarsi di te.” 

Haru ride, allora, quasi ai limiti dell’isteria, perché ti pareva che potesse andare tutto liscio, “Ma è la luna che rende voi lupi tutti così profondi o hai solo passato troppo tempo con Legosi e ti ha contagiato? Tu non lo sai cosa provo, non voglio l’amore eterno ed esclusivo e indissolubile. Voglio te, adesso.”

E tu? È una sfida che rimane nell’aria e Juno può solo rispondere baciandola di nuovo.  

‘Oh per Rex’, pensa Haru ritrovandosi con la schiena contro il tavolo, mentre armeggia con i bottoni della camicetta di Juno, ’ho tanto rimproverato Legosi e Louis e Juno e poi io stessa sono un’altra di quelli che non riesce a vedere oltre il proprio naso. E il mio è anche più corto del loro.’

Poi Juno scende a leccarle il collo e Haru sente solo l’impulso di scappare via e abbandonarsi, aprirsi, adrenalina ed endorfine che si riversano nel suo sangue e la coniglietta non sa sa tirare o spingere via. 

Le mani di Juno scorrono sotto il suo maglione, le accarezzano i fianchi, cautamente, si infilano sotto la sua gonna, afferrandola per i glutei e tirandola su abbastanza per farla sedere sulla sedia un po’ troppo alta della cucina. 

Dalla nuova posizione Haru le getta le braccia al collo, abbandonando i bottoni di cui è finalmente riuscita ad avere la meglio. 

“Io… non l’ho mai fatto prima,” Juno sussurra contro il suo collo, respirando l’odore del suo pelo, mentre le sue dita scorrono avanti e indietro nell’interno coscia dell’altra. 

“Neanche io,” Haru deglutisce, “non con una ragazza almeno.” 

“Vuoi che…” La sua voce si spegne, incerta. Non sa nemmeno lei cosa chiedere. 

Ma Haru le prende la mano e se la porta tra le gambe, dove una macchia umida si sta già spandendo sulle sue mutandine. 

“Mi fido che tu stia attenta agli artigli,” le dice. 

Juno, con un sospiro tremulo, e mani esitanti, scosta la stoffa leggera, premendo il palmo contro il suo sesso caldo. 

Haru sobbalza, si lascia scappare un lamento e se la stringe addosso con talmente tanta forza che se non fosse una coniglietta nana probabilmente l’avrebbe strozzata. 

Juno le lecca il collo, ancora, nell’esatto punto in cui può sentire il battito impazzito del suo cuore, la giugulare che pulsa a pochi millimetri dai suoi denti. 

Juno non è Legosi e sa benissimo di non esserlo, non ha la sua stessa comprensione dei rischi per prima cosa e di conseguenza nemmeno il suo stesso autocontrollo. È quasi una illuminazione, adesso che si trova davvero in una situazione intima con un erbivoro, riconoscere quanta ansia e paura ci siano in ogni movimento

Juno deve calcolare, essere lieve, stare attenta ad ogni minimo gesto. Quando ritira la mano, deve utilizzare tutta la sua cautela per non graffiare Haru. Quando posa un dito lungo tutta la sua apertura,  lo fa con esitazione, e quando appoggia il polpastrello sul suo clitoride e preme, l’angolazione è tale che le sue unghie appuntite nemmeno sfiorano il pelo della coniglietta. 

Haru sospira e geme e si dimena, cercando di aumentare la pressione con il movimento delle proprie anche e Juno lascia che sia lei a dettare il ritmo, perché le basterebbe usare soltanto un po’ di forza in più per farle del male. 

“Juno…” Haru mugola e le prende il muso tra le mani per baciarla, “un po’ di più.” 

La lupa si districa da lei, con cautela, perché Haru è soffice e morbida e rotonda dove Juno è appuntita e affilata e tagliente, e si piega sulle ginocchia per poter baciare le sue cosce, lì dove il pelo bianco si dirada e lei riesce a vedere il rosa della carne e l’azzurro delle vene sottostante. 

Tiene la bocca chiusa Juno, a coprire i canini, e lascia che sia solo la sua lingua a muoversi, stretta tra le labbra in una posizione scomoda, mentre risale fino al suo sesso umido e aperto. 

Haru boccheggia, chiama il suo nome e si contorce per avere di più e Juno deve davvero imporsi di non lasciarsi andare, di non aprire la bocca per sentire di più il suo sapore, perché potrebbe ferirla con i denti e si chiede quale sia il suo problema con i dannati erbivori, perché non abbia più potuto provare lo stesso con qualcuno delle sua stessa specie dopo Legosi, se quello che ha detto a Louis sull’ebrezza di baciare qualcuno della categoria opposta non valga lo stesso anche per lei. 

Haru emette un gemito strozzato e si affloscia tra le sue braccia come una bambola di pezza, con un sorriso trasognato sulla faccia. 

“Tutto bene?” Chiede Juno tirandosi in piedi, le ginocchia che scricchiolano per la posizione.

“Oh, a meraviglia.” 

Haru ci mette qualche istante a tornare in sé e Juno la guarda preoccupata, perché può essere stata Haru a dirle che la voleva, ma forse ha già cambiato idea, forse Juno ha sbagliato qualcosa e ha rovinato tutto, e…

“Smetti di pensare,” Haru la bacia, la prende così di sprovvista che Juno non fa nemmeno in tempo a chiudere la bocca. Uno dei sui denti le sfrega il labbro con abbastanza forza da farle un taglietto. 

“Mi dispiace,” Juno sgrana gli occhi, tenta di fare un passo indietro, senza riuscire a smettere di guardare la goccia rossa sul suo pelo bianco. 

Haru la ferma, tenendola per un polso, e con l’altra mano sfrega via la goccia, poi si porta le dita sporche alla bocca e lecca via il sangue, quasi soprappensiero. “Non fa niente.” 

“Io… non volevo.” 

“Lo so.” 

“Dovrei… dovrei…” 

“Non sei il mio primo lupo, Juno. Non è successo niente.” 

“Ma…” 

“La stai prendendo anche meglio di Legosi. Adesso non andare in panico.” 

Juno vorrebbe scuotere la testa, allontanarsi, sapeva che non era una buona idea, lei… 

Haru balza giù dalla sedia e le posa le due dita sul muso. 

Juno può sentirci sopra ancora l’odore del sangue e della saliva di Haru, non abbastanza forte da coprire il sapore di Haru che ha ancora in bocca. 

“Va tutto bene,” Haru la spinge all’indietro, guidandola verso la camera da letto fino a che le sue gambe non incontrano il bordo del materasso e allora la spinge di nuovo, giù stavolta, per poi arrampicarsi sopra di lei a cavalcioni.

“Adesso è il mio turno.” 


* * *


Haru prepara la cioccolata calda alla fine e Juno tira fuori dal frigo la pastafrolla e inizia a tirarla per fare i dannati biscotti che avrebbe voluto fare quella mattina e che aveva poi abbandonato quando aveva saputo che Louis sarebbe passato. 

Lavorano in silenzio, mezze nude e un po’ incerte su come muoversi l’una attorno all’altra. 

“Ancora non credo che sia giusto quello che ti ho fatto,” dice Juno quando tutti i dischetti di pasta sono stati tagliati e coperti di acqua zuccherata e messi sulla carta forno, in attesa che il forno si scaldi abbastanza. 

Haru quasi rovescia la cioccolata che sta versando - perfetta e calda e senza grumi - e si decide a posare il pentolino prima di fare un macello. “Lo dici come se mi avessi mangiato una zampa e non come se due adulte consenzienti avessero fatto sesso.” 

“Ma io non provo le stesse cose che provi tu.” 

“Tu non sai cosa provo. O credi che per me lasciare andare Legosi sia stato semplice? Dirgli di mettersi insieme a Louis ed essere felice?” 

Juno non risponde, così Haru prosegue.

“No, no, ci sono giorni in cui mi chiedo a che sia servita tutta la fatica che abbiamo fatto per poter stare insieme, tutti gli sforzi e i compromessi, se sarebbe bastato solo stringere i denti un altro po’ e forse si sarebbe risolto tutto. Ci sono notti in cui mi manca così tanto che l’unica cosa che vorrei fare è telefonargli e dirgli di venire da me e fare l’amore con lui un’ultima volta.” 

Juno la guarda in silenzio, una fitta di dolore al centro del petto che non sa da dove venga, né perché sia lì.

“Ma poi mi dico che quello che mi manca è il ricordo di Legosi, quello che era al liceo e che non è stato più da parecchio tempo. Devo andare avanti. E devi farlo anche tu. E non importa se ci sono giorni in cui si ricade nelle vecchie abitudini, non importa se farai ancora fatica a vedere Louis o se vorrai continuare a chiuderti in camera quando ci verrà a trovare. Io voglio esserci per te in quei giorni. E vorrei che tu ci fossi per me.” 

Haru distoglie lo sguardo finalmente e si sistema la coperta avvolta sulle spalle nude per preservare un po’ di calore. Finisce di versare la cioccolata calda, come se non avesse appena aperto il suo cuore alla lupa di fronte a lei, e poi le porge la tazza. 

Juno, che non sa cosa dire, riesce a sputacchiare un “Lo sai che per me è tossica, vero?” ma prendere la tazza lo stesso. 

“Tutto è tossico ad alte dosi, anche l’amore.” 

Juno beve un sorso, allora, - e non le farà bene d’accordo, ma nemmeno la ucciderà - e passa un braccio attorno alle spalle di Haru, stingendosela contro. 

“Grazie,” le dice, posandole un bacio sulle labbra, e sente Haru sorridere. 

Non sarà perfetto, ma è abbastanza. 

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07/12: Biscotti appena fatti 


Beastars

Legosi/Louis

SAFE


Sulla tavola c’è un centrotavola di stelle di Natale rosse come il sangue e Legosi non riesce a togliere loro gli occhi di dosso. Certamente non riesce a capire come fa Juno ad avercele di fronte ogni volta che si siede a tavola. 

Haru lo fissa con un sorrisetto divertito, la guancia appoggiata alla mano in un modo che la fa sembrare come se le si stesse sciogliendo mezza faccia, mescolando svogliatamente il tè con l’altra. 

“Tu e il tuo fetish per gli erbivori,” sospira, con quel tono dolce che più che farlo sembrare un difetto tacciabile come perversione dalla società gli dà quei connotati di tenera bizzaria, un vezzo un po’ eccentrico, senza il quale non sarebbe il buon vecchio caro Legosi, ma un lupo grigio qualsiasi. 

Juno scossa la testa, un movimento quasi impercettibile che Legosi nemmeno avrebbe visto se solo la lupa non fosse nel suo campo visivo, esattamente dietro le stelle di natale, dando loro la schiena. Legosi si chiede se sia riferito ad Haru o se ci sia qualcosa che non va nell’infornata di biscotti che sta guardando crescere nel forno, ma poi Juno apre il forno e tira fuori la teglia. Se l’odore di biscotti pervadeva la cucina già da prima, ora che sono appena sfornati l’odore del burro è quasi insopportabile e Legosi sente la saliva colargli dalle zanne a formare una pozza sulla sua lingua. 

Dall’odore i biscotti sono perfetti, per cui probabilmente non era a quelli che Juno scossava la testa. 

“Louis non è uno stupido,” dice Haru, perché è la verità, “ma certe volte le cose che ha davanti agli occhi non le vede proprio.” 

Se Legosi si prendesse un istante per considerare quanto sia strano quello che sta succedendo - lui che chiede consiglio a due ex di Louis una delle quali è anche una sua ex e dell’altra ha rifiutato i sentimenti - forse non gli sembrerebbe poi tanto più strano cercare di far capire a Louis i suoi sentimenti. 

“Oh, non lo so,” Juno si siede e spinge i biscotti fumanti verso Legosi, con un estemporaneo ‘attento che scottano’ prima di tornare a parlare del cervo, “penso che certe cose gli faccia più comodo pensare di non averle viste affatto.” 

Legosi prende un biscotto tra gli artigli e lo infila in bocca per poi sputarlo sul suo palmo quando quello gli ustiona la lingua.

Juno lo fissa con riprovazione, “Ti avevo detto che scottavano!”

Legosi ci riprova, stacca il biscotto in pezzi sul piattino della tazza di tè e osserva il fumo sollevarsi in nastri impalpabili. 

“E quindi che dovrei fare? Insistere? Fare finta di niente, perché se è quello che sta facendo lui è già una risposta?” 

Juno e Haru si scambiano uno sguardo e poi entrambe, quasi come se fossero un’unica entità, posano una zampa sul una delle sue. 

“Il giorno che ti vedrò fare finta di niente e non affrontare un problema di petto sarà il giorno in cui controllerò che non ti abbia sostituito un alieno,” Haru stringe per un istante, quasi a dargli conforto. 

“Louis è molto coraggioso, lo sai che rischierebbe la vita senza pensarci due volte,” Juno non incrocia il suo sguardo, sebbene non abbia ritirato la mano, e Legosi si chiede quanto le costi dargli un consiglio del genere, “ma ci sono cose che Louis non è pronto ad affrontare e se gli lasci i suoi tempi non sarà pronto mai.” 

“Ma non dovrei rispettare quello che Louis vuole?”

“A me hai detto che mi amavi anche se non volevo sentirlo. Tutta questa considerazione da dove ti viene improvvisamente?” Huru lo pungola e Legosi quasi casca dalla sedia. 

“È che Louis…” 

“È speciale. E pensi che se forzi le cose poi queste si romperanno.” 

Legosi non annuisce, ma si ficca in bocca un frammento di biscotto per non rispondere. 

“Louis ti ha dato la sua dannata gamba da mangiare, per Rex!” Sbotta Juno, la mascella contratta e gli occhi stretti, “La sua dannata gamba per non farti morire! Di cosa diamine hai bisogno per capire che ti ama?” 

Che ama te, Legosi sente e Juno non lo dice, ma rimane lì nell’aria pesante come un macigno e forse non sarebbe dovuto venire. 

“Diamine, Legosi, per te ha dato la sua immagine. Non vuole farsi vedere senza corna nei giorni in cui le perde per non sembrare debole, eppure ha deciso di prendere su di sé il ruolo della vittima, del povero cervo inerme aggredito da un carnivoro, pur di non vivere senza di te.”

Legosi vorrebbe dire che non significa niente, che anche lui darebbe una gamba per Haru o Juno o per suo nonno e non vuol dire quello che pensa Juno, affatto.

Mai poi Juno chiede “Pensi che Louis avrebbe dato una gamba per me?” Con voce stanca, quasi che tutta la sua rabbia se ne sia andata con la tirata che ha appena fatto. 

No. Per la società, per un innocente, per il suo strano concetto di giustizia. Non per Juno nello specifico. E vorrebbe anche dire che sì, ha rischiato la vita per Haru quando è stata rapita dagli Shishigumi, prima quasi una vita fa, ma sa anche che il vero motivo per cui era andato lì alla fine era stato il numero tatuato sul suo tallone. 

“Vai da lui, Legosi,” Juno gli lascia la mano, “me lo devi.” Perché non avrebbe mai scelto me su tutti i suoi obblighi e oneri, ma tu, tu sei tutto un altro paio di maniche. 

“Ma prima finisci il biscotto.” 

E forse Legosi le deve anche questo, perciò mangia il biscotto e “grazie” dice, ma nessuno dei due è sicuro che sia soltanto per la pastafrolla. 


* * * 


Haru smangiucchia la pastafrolla ormai fredda, e osserva la compagna di stanza. 

“Pensavo che Louis ti fosse passata ormai.” 

Juno sorride, ma i suoi occhi sono ancora velati di lacrime. “Non mi passerà mai. Così come a te non passerà Legosi.” 

Haru spinge verso di lei un biscotto, “Cibo consolatorio.” 

“Pensavo fosse il gelato.” 

“Non quando fuori fa così tanto freddo.” 

“Tempo da lupi.”

“E quando mai non lo è.” 

La sedia vuota di Legosi conserva ancora un po’ del calore del suo corpo. 

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02/12: All I want for Christmas is you


Beastars

Legosi/Louis

SAFE

Pining

Parte 1 


“Io non ti ho preso niente,” gli aveva detto Louis, con tono di scuse a per un istante al lupo era sembrato quasi che volesse rifiutarsi di prenderlo, che non sarebbe stato educato. 

“Non fa niente,” Legosi aveva risposto, e glielo aveva ficcato in mano con ancora più forza. Gli avrebbe voluto dire che davvero non importava, non stava tirando fuori frasi fatte, che tutto quello che gli serve per Rexmas ce lo aveva già di fronte.

Invece Legosi era rimasto zitto - che Louis lo tacciava sempre di essere un po’ troppo profondamente filosofo, con i suoi grandi gesti e le dichiarazioni grandiose - e si era limitato a grattarsi il collo imbarazzato mentre faticava a trattenersi dallo spostare il peso da un piede all’altro come se avesse ancora tredici anni. Aveva guardato Louis scartare il pacco e si era detto che quello era il momento decisivo, perché o Louis avrebbe accettato quel regalo e tutto ciò che esso rappresentava, oppure Legosi sarebbe tornato a casa con la sua sciarpa e la sua delusione e forse un amico in meno perché Louis non faceva mai le cose a metà. 

Invece, Louis aveva tirato fuori quella sciarpa e 

“È… bellissima, Legosi, davvero, grazie.” 

non aveva detto altro, come se non avesse capito che quella non era una semplice sciarpa, che Legosi aveva voluto dargli una parte di sé da portarsi sempre accanto - come lui si portava una parte di Louis. 

E alla fine, quando le tazze del bar dove si erano incontrati erano diventate ormai vuote e fredde e Legosi doveva proprio andare e anche Louis aveva degli impegni, il cervo si era avvolto la sciarpa al collo con nonchalance, come se il gesto non significasse il mondo.  

“Il tuo regalo te lo porto la prossima volta.” 

Era stato sulla punta delle sua lingua, allora, ’non importa, Louis, basti tu’, ma il cervo era già fuori dal locale, la porta a vetri richiusa alle sue spalle con un tintinnio. 

E forse andava bene così, che probabilmente l’unica cosa che Louis avrebbe capito sarebbe stata che Legoshi voleva la sua altra gamba. 


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01/12: Sciarpa di lana


Beastars

Legosi/Louis

SAFE

Pining, potentially one-sided, light angst 



È la cosa più stupida che abbia mai fatto, si dice Louis, e, considerando che Louis è lo stesso cervo che si è messo a capo di una banda di leoni mafiosi e si è volontariamente fatto mangiare una gamba da un carnivoro, di cose stupide lui ne ha fatte parecchie. 

Solo che Louis è abituato a fare cose stupide come in stupidamente disperate, scelte che si fanno per sopravvivere nonostante ti facciano passare dalla padella alla brace e che sai ti costringeranno ad un domino di scelte ancora più stupide e ancora più disperate per continuare a sopravvivere. 

Louis non è abituato a fare cose stupide come in stupidamente imbarazzanti, di quelle che ti fanno arrossire fino alle punta delle orecchie e sembrare anche un po’ pateticamente disperato - perché sicuramente Legosi, quell’imbranato di un lupo che sembra ignorare le regole sociali più basilari e se ne frega di come va il mondo fuori dalla sua bolla piena di virtuosa giustizia, non si rende conto di ciò che implica un regalo del genere. 

No, Legosi si è solo presentato con un pacchetto male incartato e ha insistito perché Louis tirasse fuori quella sciarpa di lana bitorzoluta e sbilenca, piena di buchi, fatta ai ferri nel buio di notti insonni e ore passate in letti di ospedale ad aspettare che ferite si rimarginassero e sospetti di traumi cranici si rivelassero infondati. 

Rex, Louis era accanto a lui metà di quelle volte, forse di più, seduto su sedie di plastica ad alzare gli occhi al cielo dicendogli di stare più attento, che un giorno ci avrebbe lasciato le zampe, mentre Legosi cercava di tenere in equilibrio i ferri tra gli artigli troppo lunghi, sferruzzando quella lana grigia in una sciarpa sempre più lunga - un po’ troppo lunga per Haru, aveva pensato Louis, ma almeno ci sarebbe stata calda e comoda, una volta che se la fosse avvolta addosso.

Però era quello il problema, no? 

Che Legosi quella sciarpa l’aveva regalata a Louis. 

E Louis glielo avrebbe dovuto dire - perché lo sentiva in ogni fibra nonostante il suo naso non fosse acuto come quello di un carnivoro che quello era il pelo di Legosi filato in lana - che fare un regalo del genere aveva molte più implicazioni di quello che il lupo pensava, che una cosa del genere si regala ad una fidanzata, non a… Louis. 

Però. 

Però se gliele dicesse - quando, non se, - quando glielo dirà dovrà rendergli la sciarpa e Louis, per quanto dica il contrario, non vuole. Non ancora. 

Così si drappeggia la sciarpa intorno al collo e se ne va per strada come se avesse davvero qualche diritto di farlo, cullandosi per qualche istante nella finzione dell’immagine che dà agli altri, ignorando la realtà. 

Ed è davvero la cosa più stupida che abbia mai fatto. 

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 Beastars

Louis/Legosi

SAFE

Challenge B.A.G.N.O. - prompt: il tè delle cinque 

Wordcount: 2227



“You are late,” Louis doesn’t fail to point out, like he always does even if the times Legosi had actually been on time could be counted on the hand of a three-toed sloth. 

“Yes, I know, I’m sorry,” the wolf falls on the chair the deer has left for him and bangs his head on the table. 

He has a reason for being late - again - Louis doesn’t doubt it. Legosi always has a reason. 

“I ordered your tea made, the bamboo one,” the deer smiles murder and Legosi sighs. 

It’s not that he doesn’t like bamboo tea, it’s just that he drinks it every single day at the clinic and Louis always has that Darjeeling supply that has him salivating at the mere thought of - and that he withdraws when he’s upset with him. Just like now. 

“I’ve spoilt you,” Louis tilts his head, his expression impenetrable. Not a question nor an accusation, he acknowledges the fact as he would the weather conditions, as if he had nothing to do with it, but there’s the hint of a smirk in the way the corner of his lips turns imperceptibly upward, as if he were somehow proud of it.  

“No no, bamboo tea is perfectly fine! I really like it, really,” Legosi waves his hand in front of himself - almost breaking the flowery centerpiece in the process - as if he could wave away the slight Louis has just implied he has done him. Beggars can’t be choosers, and honestly if it weren’t for Louis he would be still stuck at coffee - the normal watery one, thanks, not Kopi Luwak.

On cue the new butler - a lion, but Legosi doesn’t even have to ask, just takes a look at the guy to realize he’s not a new member of the Shishigumi - brings out two cups of tea, both Darjeeling. 

Legosi told himself he would behave, but his eyes light up as if it was Rexmas and his tail just can’t stop wagging. 

“But this is -?”

“I was just teasing you,” Louis shakes his head, with a fond chuckle. “So, why are you late for our weekly afternoon tea this time?” The ‘it’s not like it’s every Friday at five p.m. so that you couldn’t get the dates wrong’ hangs heavily implied in the air. 

“Gadot had a relapse. Almost ate a zebra two roads out of the new Back Alley Market,” Legosi sad tone clashes with the enthusiasm he has in putting sugar in his cup, “I interrupted him before he could down more than a hand but then I had to run after him and you know how fast are cheetahs. I would have thought one that hadn’t exercised in months wouldn’t have that much muscle mass. I had to find him before the police,” he counts on his fingers, not even realizing he’s practically shoving his claws on a herbivore’s face, and Louis has to hide a smile in his cup at the thought of how comfortable the wolf has become with him, “cover up his traces and convince him I was actually taking him to the clinic and not to prison. He was convinced that Gohin wouldn’t have him back since he was a repeat offender.” 

Louis just sips his tea and doesn’t comment on it. Legosi already knows how little faith he has in carnivores who relapse and the deer doesn’t want another trifling discussion, not when they had decided that the wolf would be the one to take care of maintaining the peace in the Back Alley Market. 

“At least you didn’t get hurt.” 

Legosi has the decency to look sheepishly away, as he gulps down half his tea in just a single swallow. 

“Where?” 

“It’s nothing, Louis, really! Just a scratch!”

“I asked where?” 

Legosi pulls up the sleeve of his jumper, revealing a white bandage on his forearm. “See, nothing to worry about.” 

Louis unfastens the gauze without hesitation and true, it’s barely a scratch, nothing that would scar. It doesn’t make the deer any less mad about it, doesn’t make him less eager to gauge the eyes out of that damn cheetah with his antlers.

“You need to be more careful,” he says instead, tracing with his fingertips the three scabs that have already stopped bleeding. Legosi shivers, his wounded skin oversensitive under his touch. He should have already got used to Louis tending his wounds - even when Gohin fixes him up, Louis always wants to check, as if he could do better than the panda that actually has a medical degree - but somehow, even after knowing each other for years, even after being friends and being in each other proxemic bubble for the most part of those years, Legosi still blushes and shivers and feels his whole midsection tighten - chest and belly, stomach and heart. 

“Uhm, yes, well, and… how did it go with that random attacks?” Legosi tries to divert the attention to something different and Louis lets him, sparing him any further scolding on his ability to always get hurt, but leaves his hand resting on the wolf’s forearm. 

“I was able to narrow it down, but just because we got a hyena. One attacked a goat in a supermarket, completely out of the blue, in front of witnesses and cameras.” 

“It looks like my type of criminals.” 

“Yes, and I would have called you when police apprehended her, except…” Louis trailed, petting the wolf’s forearm absentmindedly.

“Except?” 

“The hyena died.” 

“Cops killed her?” It wouldn’t have been a first. 

“No, there weren’t signs of brutality. She was… sick? When I went to question her she was in a manic state, she was shaking and couldn’t talk, she wasn’t orientated to time and place, she didn’t  even recall attacking anyone.”

“Another drug we don’t know of?” 

“We’re still waiting for the tox screen and the autopsy, but it seems probable. She didn’t have any criminal record and her family is clean as a whistle, they don’t know what could have gotten into her to do such a thing.”

“I’ll keep my ears perked, but there’s no rumor in the Market about it, yet.” 

“Do you think they could keep such a thing from you?” 

“No,” Legosi answers and it isn’t just boasting, not when he does have the newly founded Black Market under his thumb. After the turf war against Melon, the wolf had practically become the impartial judge everyone went to, the impersonation of the legendary King Salmon - and how could he not, when he was the only Beastar that actually tried to help and understand instead of just wishing them burnt to the ground? Louis may have been the one that the papers put on the front page when need arise, but Legosi was the one that had to fend off daily the leader of the Dokugumi trying to recruit him as his successor or Ten proposing him marriage, if not with her at least with one of the other Inarigumi. And while the Shishigumi would never put anyone else in place of Louis, they still respected him, if anything because Legosi was their boss’ partner.

“What about the Madaragumi? One of their branches was behind the Bloodbone drug, after all. Melon killed their leader, but they can always regroup.” 

“Nah, they’re not enough and the few that still miss the old gang are not organized enough to put up a stunt like this. Another drug requires resources they don’t have.” 

Louis nods, because it makes sense, of course, his fingers still rubbing Legosi’s fur. The Madaragumi haven’t really been a threat, the ones that had a little brain are now running errands under the Shishigumi, because better stick with a fellow feline than die alone out there, and clearly, Legosi knows it too, because he’s the damn unofficial ruler of the market. 

Louis laughs at the thought. 

“What?” 

“Nothing,” the deer shakes his head. “I just remembered how you were in the drama club. Always trying to be inconspicuous, never starting a fight.”

Legosi chuckles too, slightly embarrassed, “Yeah, well, those were other times, right?” 

“Right.” 

Louis retires his hand to take the cup of already cooling tea and leans on the chair as he sips it in content silence, watching as Legosi dresses up his arm again. Yes, barely a scratch indeed, Louis didn’t even feel it in his gut when it happened. 

“I heard from Juno this week,” the wolf says without looking up from the bandage he’s still fixing even if it’s already perfectly fine.  

“Yes, and?” Louis doesn’t miss a beat. 

“Nothing. She’s started University in the same course as Haru. I just thought you would want to know.” 

“I’m happy for her,” Louis says with too much nonchalance, “And how’s Haru? How is this whole long-distance relationship thing working?”

“Haru is fine,” Legosi shrugs, “She’s not very happy with how little we manage to talk to each other, but I haven’t replaced my cell phone yet, so I can only get her on the landline and you know I’m not home a lot these days.” 

“And yet you managed to hear from Juno…” 

“She was with Haru when I called her!” Legosi sputters, but whether it’s because he thinks Louis is accusing him of being unfaithful or accusing him of trying to play cupid, the deer doesn’t know, for he cuts him short. 

“I’ll never understand why you insist on living in the Hidden Condo when you could live here in the Beastars’ accommodation,” Louis rolls his eyes, and changes the topic. He already sees where that  train wreck is going - Haru and Juno together, goodness, that smells of heartbreaking for someone from here, despite all the miles between them - , but if Legosi doesn’t, it would be better to not poke that particular hive. 

“It’s closer to the Market and it’s… a little bit more down-to-earth? This is…” 

“A little too much.”

“Yeah.” 

“But you could have access to infinite supplies of this tea,” the deer waves his empty cup under Legosi nose, as he could ever tempt him.

“Yes, but then it wouldn’t be so special to drink it with you on Friday afternoons.” 

And Louis almost drops the cup. 

It’s a good thing he’s always been a good actor. Mostly he appreciates his own talent when dealing with the press or with other members of the Horn Conglomerate - or with Azumi - but it has his perks even in his private life - after all that is what saves him from breaking some good china. Legosi is one of the few animals that manage to surprise him (and, statistically, he’s also the one that does it the most,) but to say something like this… well, that is on another whole level. 

It’s just a simple sentence and yet it implies so much - that the wolf really cherishes those moments of personal recap; that, for how much he’s always late, Legosi really looks forward to those afternoons where they are just friends, and not colleagues, where they will talk about work, yes, but that’s only because work makes up the entirety of their lives, not because they’re required to be in the same room by external pressures. 

And yes, of course Louis feels the same way, but he could never tell him, not like this, not without teasing or hiding behind mockery or at least blushing, - surely not with Legosi’s straight face. 

“You know, Legosi,” he says instead, carefully placing the porcelain cup on the table, without betraying any emotion, but a slight teasing,  “you always manage to say the sappiest things…”

“Just because they’re sappy doesn’t mean they aren’t true,” Legosi smiles and downs the last remnants of his tea.
“See, what did I tell you? Sappy.” 

“Oh, you love it.” 

Yes, well, I love you. 

“Yes, well, debatable.” 

“Do you really want me to debate this point?” Legosi tilts his head, both perfectly knowing where an argument like that would go. “Because if it’s a challenge, I can keep declaming the key point of our friendship and how much we care for each other as main proof.”   

And uh, Louis would almost be praise him for learning to leave behind - at least in part - his edgy seriousness, except he know that behind the teasing, Legosi still means what he’s saying and if he lets him, the wolf would really start on how much their friendship means, beginning from that infamous Adler performance where the deer stepped up for him with a broken foot right to the current teatime. Louis should want to scoff, instead he finds it just endearing. 

Which, honestly, just proves Legosi’s point. 

Ah, what has become of his life. 

“Please do. And when you’re done, know that I’m gonna withdraw tea ‘till the end of times.” 

“Even if I’ll bring you those bark cake you love next Friday?” 

“Well, I could be bribed.” 


*
 TBC*



Notes: 

Was there someone out there thinking chapter 196 wasn’t  one of the most rush ending ever written? Here’s a fix-it! 


 + My goodness, I can’t believe I’ve actually done the King Salomon/King Salmon joke (pun?). I’ll be in the corner if you need me. 


+ I have no idea if the Madagarumi were behind the Bloodbone Drug,, but in chapter 114 (when the drug is offered to Legosi) the dealers were leopards/cheetahs so I don’t think it’s that much of a stretch to put it on that gumi 


+ Apparently deers eat bark because it contains a lot of calcium that they need for the development of their antlers. 


 

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