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 COW-T verse

Fabian e tutti i Fabiani 

Meta fic

Cow-T #12, w6, m1


Fabian vede Meridian tornare dall’incontro con il padre leggermente sconvolta. 

Scatta in piedi per sorreggerla, ma lei scuote la testa, gli occhi vacui che fissano oltre. “Ho visto cose…” 

Se prima Fabian era preoccupato ora, non l’ansia lo travolge. 

“Sono folli. Centosessanta.” 

“Chi? Cosa? Centosessanta?” Fabian non capisce, ma non ha nemmeno tempo per farlo, perché subito Celes si affaccia dalla stessa porta da cui Meridian è appena uscita. 

“Fabian?” Il padre lo chiama, “Tocca a te.” 

Il ragazzo cerca lo sguardo della sorella, ma lei è ancora perduta nei meandri di ciò che le è stato mostrato. Fabian si torce le mani. ‘A mali estremi, estremi rimedi’, aveva detto Celes, ‘se nessuno di voi vuole diventare Veggente, dovete vederne le conseguenze. Chi dipende da voi e da chi voi dipendete.’

Né Fabian né Meridian avevano davvero capito cosa volesse dire e ora toccava a Fabian. 

Celes lo accompagna dentro e gli indica con un cenno il tavolino al centro della stanza e la sedia vuota. Nonna Giovanna occupa l’altra sedia, mescolando un mazzo di carte. 

Fabian siede, cauto e Giovanna lo guarda con un sorriso. “Sei pronto?”
“Cambierebbe se dicessi di no?” 

“Affatto. Pesca tre carte. La briscola è denari.” 



All’inizio a Fabian sembra una normalissima partita a carte. Il ragazzo si porta a casa un tre di coppe e poi un cavallo di spade, ma perde l’asso di bastoni e re di coppe e il tre di spade. (Nonna Giovanna potrà avere un’età indefinibile e dimostrare comunque vent’anni di meno, ma è comunque obbligatorio raggiunta una certa età acquisire la capacità di 

Fabian pesca e tra le mani si ritrova l’asso di Denari, una moneta tonda e dorata che occupa tutta la carta. Non se lo ricordava così l’asso. 

Sbatte le palpebre e la figura piatta sembra piuttosto un globo, una sfera di oro massiccio che occupa tutta la sua visione. 

Fabian solleva lo sguardo, ma Nonna Giovanna non c’è più e il velo dorato gli ricopre gli occhi. 

Ma che-? 

La sfera muta, quasi vi fosse un fumo dentro e poi quel fumo prende consistenza. Sono figure quelle che ha davanti agli occhi. Figure indistinte, chine su fogli di carta volanti. 

‘L’avevo promptata, non posso non averla promptata! Era perfetta per quella missione’ esclama la figura e Fabian quasi getta via la carta, perché ha parlato! Ma la carta non può essere gettata e la figura cambia sotto i suoi occhi. 

Questa volta non c’è carta, ma un rettangolo luminoso e la figura preme su tasti e Fabian la vede, la storia che nasce nonostante il mezzo non sia carta e penna. “Sono sei kappa, alla faccia vostra!” La figura esulta e poi cambia ancora. 

Sono figure indistinte, Fabian non riesce a distinguerne bene i volti. Una consapevolezza però lo coglie. Lo sa cosa sta vedendo. Lo vede mentre le loro dita scorrono sulle tastiere e le loro penne disegnano schemi, frecce che collegano plot points tra di loro ed è lì, la struttura del loro universo. 

Scrittori - fanwriters - che hanno combattuto per decenni, a sostenere generazioni e generazioni di tasselli del Polyverso, Manila prima e Celes poi, e ora loro: Fabian e Meridian e Calico. 

Fabian li vede, più si avvicinano a lui, più diventano chiari, i visi riconoscibili, i loro nomi che gli risuonano nel cervello. 

Sono quindici, forse sedici, con un membro silenzioso, che veglia dall’alto, e sono tutti chini sulle tastiere. Tutti o quasi, riconosce purpleblow che si dispera perché nonostante tutti i k lanciati non può essere lì a godersi il finale e ‘non importa,’ vorrebbe dire, ‘hai fatto abbastanza, guarda il Polyverso quanto è bello anche per merito tuo’, ma poi la figura cambia ancora e non è che Fabian possa davvero comunicare con loro. 

Davanti a lui dunque c’è yuukanda che coordina tutti con schemi di excel molto più semplici di quanto non preferirebbe, e che sforna millini di parole nemmeno fossero respiri. Fabian osserva i numeri crescere e gonfiarsi e il Polyverso prosperare. 

C’è sidhecv che è una fiera combattente e ha portato fioritura a Tanit per anni, nonostante, per qualche strana ragione che la sfera non gli rivela, abbia problemi con le rane e i rospi e forse anche le sirene, a seconda delle interpretazioni di anfibio. (Sidhe glielo direbbe volentieri, qual è il problema, ma la sfera è già passata oltre).

E lì davanti ai suoi occhi c’è Cori, dal dolce nome, che combatte in nome della pasta e del pane, degli zuccheri complessi e dei cantanti del festival Sanremo (qualsiasi cosa sia, ma Fabian spera che abbiano il kulutrek e il panino alla salsiccia anche lì). 

L’immagine cambia ancora e Fabian vede Myriel con i suoi preti e il suoi bimbo ragno, adorabile in ogni sua forma, anche quella che parla romanaccio e cerca le mascherine per una malattia che non ha mai colpito Tanit. Fabian ride, di riflesso, perché questa è la follia del Polyverso e ne sono dentro tutti con tutte le scarpe. 

Poi la figura cambia ancora e vede Sed, che li ha convinti tutti a tirare fuori le matite e gli album da disegni, e osserva compiaciuto il proprio operato, ridendo mentre disegna e scrive e buttando giù shottine come fossero shottini. 

Poi cambia ancora e la sfera gli mostra Cain che continua a postare, parole su parole accanto a meme che Fabian non dovrebbe poter comprendere, perché non fanno parte del suo universo, ma in qualche modo comprende, perché sono i fandom ciò sui cui il Polyverso si basa e dunque la conoscenza filtra, è nell’aria che respirano citazioni del ‘trono del muori’ lo fanno sorridere esattamente come farebbe se fosse di qua dal velo. 

Il divertimento è fugace, perché poi la sfera si illumina ancora e c’è Gala, che la sera disegna e posta i suoi capolavori nel cuore della notte così che il gruppo ne sia rallegrato la mattina ad aprire il gruppo, e XShade, la mamma di casa, che fremeva per le storie a due mani e ora che le ha avute ha scatenato. 

Poi irgio che scrive nonostante il foglio di excel non collabori affatto e in assenza di titoli, chiama tutte le sue storie random. 

La magia sta finendo, la carta brilla ancora, i volti e i nomi, le storie e le parole si confondono. Li vede tutti, li conosce tutti, li ha sempre conosciuti. 

Basta un’ultima parola, perché ogni piccola parola conta, ogni drabble, ogni frase messa in fila all’altra e avverbio aggiunto solo per far diventare quel nove uno zero e cambiare il decimale. Sono tutti lì per il Polyverso e al grido di ‘Daje!’ e “BICARBONATO per tutti!” e “Tisana corretta!” riversano parole sui counter. 

E anche questa, anche questa è una storia, Fabian la vede mentre viene scritta, mentre la carta nella sua mano ritorna soltanto una carta, l’asso di Denari, e l’immagine di Danza sparisce e sbiadisce ed è come se non fosse mai esistita. Come se nessuno di loro fosse mai esistito, ma sono tutti lì, Fabian adesso lo sa. 

Sbatte le palpebre, e Nonna Giovanna è di nuovo di fronte a lui, con un sorriso e gli prende la carta di mano, posandola sul tavolo tra loro. 

“Hai capito ora perché c’è bisogno uno che uno di voi due diventi Veggente? Sulla Veggente si basa il Polyverso e noi non possiamo lasciarlo implodere.” 

No, pensa Fabian, non possiamo. Per loro. 


Etica

Apr. 5th, 2022 10:05 pm
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DEATH NOTE 

L/Light 

COW-T #12, w6, m3: “Forse dovresti venire con me.”

872 parole



Le convenzioni sociali non sono mai state esattamente il forte di L. 

Sarà che lui era già particolare di suo, sarà che l'essere cresciuto in un orfanotrofio pieno di bimbi intelligentissimi (quasi) quanto lui è il modo perfetto per ottenere un metodo investigativo strabiliante, ma non certamente per imparare come stare nel mondo quando le persone con cui interagisci posseggono, nel migliore dei casi, un quinto del tuo QI. 

Da lì ad aggrapparsi all'unico essere con un briciolo di intelligenza in tutto il Giappone il passo è breve, poco importa che le convenzioni sociali impongano che sia quanto meno sconveniente portarsi a letto il ragazzo che stai cercando di incriminare come il peggior serial killer della storia. 

Come precedentemente detto, le convenzioni sociali non sono esattamente il forte di L.



Light si sporge verso di lui oltre il tavolino del bar a cui sono seduti, talmente vicino che Ryuzaki riesce a percepire il profumo del suo bagnoschiuma alla fragola. 

Ryuzaki si aspettava di finire la loro partita di tennis con la risposta a molti degli interrogativi che si era posto - e sì, sebbene sia convinto che Light Yagami sia effettivamente Kira, non può davvero dire che il ragazzo davanti a lui abbia smesso di essere un mistero. Come il fatto che lo abbia invitato a prendere un caffè, quando Ryuzaki non se lo aspettava - ma L è in grado di far diventare una semplice partita di tennis un pezzo importantissimo della sua scacchiera mentale, certo non si poteva aspettare un seguito così frivolo e umano al loro pomeriggio. 

"Ryuzaki..." la voce di Light è bassa e suadente, e Ryuzaki sta ancora cercando di interpretarlo - è bravo, dannatamente bravo a non cadere in errore, con la risposta pronta a tutte le sue domande. Un degno avversario, come L non ne incontrava da tempo. "...che ne diresti di continuare la nostra chiacchierata in un posto un po' più... privato?" 

Ryuzaki, con tutta la sua inettitudine per i sottintesi sociali, solleva un sopracciglio, "Privato? Come il quartier generale?" 

"Così che tu possa insinuare ancora che io sia Kira? No, grazie" Light ridacchia, "Privato come una stanza di hotel, ma forse ho interpretato male," dice con nonchalance, indicando con un gesto lo spazio tra loro, e Ryuzaki ci mette un istante a realizzare l'avance.

"Ti sto accusando di essere Kira e tu vorresti venire in un motel con me?" 

Light sorride e beve un sorso del caffè ormai freddo. "L'intelligenza mi intriga," dice con il tono di chi è troppo spesso circondato da idioti, "e poi io so di non essere Kira, ma trovo piuttosto eccitante questa specie di gioco al gatto e al topo." 

Ryuzaki apre la bocca, non sa nemmeno lui se per acconsentire oppure ridergli in faccia perché tutto questo è ridicolo - ridicolo oppure soltanto un altro pezzo della scacchiera? Forse potrebbe... 

Vengono interrotti dallo squillo dei loro telefoni. Entrambi. 

Light impallidisce alla notizia che suo padre ha avuto un infarto. 

Kira, pensa L, e non può essere, perché Light è stato con lui per ore, e perché quello è suo padre e perché sembra davvero sorpreso della notizia. L risponde a Watari dall'altra parte del telefono, mentre Light si fa dare il nome dell'ospedale nel quale il padre è stato ricoverato. 

“Forse dovresti venire con me," L gli dice, il resto della conversazione solo apparentemente dimenticata, "sto andando là." 

Rimarranno entrambi con la curiosità di sapere se Ryuzaki avrebbe detto di sì. 

 


All’inizio L si dice che questo fa parte del piano, ma è una delle bugie più grandi che abbia mai detto. (La cosa peggiore è che l’ha detta a sé stesso.) 



Light lo osserva con espressione divertita. “Quindi adesso sono due.” 

Ryuzaki picchietta il cucchiaino contro il mento, “Due Kira. È solo una nostra ipotesi, ma…”

“Ma lo sappiamo entrambi che è così, no?” 

“Senza prove sono solo teorie.” 

“Ovviamente.” 

Light si stiracchia, inarca la schiena contro la schienale del divano e la sua camicia risale, seguendo il movimento, lasciandogli scoperta una striscia di pelle chiara dell’addome. 

Ryuzaki distoglie lo sguardo, non prima che Light si sia accorto di dove stavano vagando i suoi occhi, e ripensa all’ultima volta che sono rimasti da soli, in quel café, e alla proposta che Light gli ha fatto allora. Alla risposta che Ryuzaki non gli aveva dato. 

“Perché sei rimasto?” chiede, pur sapendo la risposta. Light potrebbe dire di non aver seguito il resto dei poliziotti perché voleva ulteriori delucidazioni sul caso, oppure per discutere una teoria senza orecchie indiscrete. Oppure potrebbe dire la verità. 

“Pensavo volessi accusarmi un po’. Siamo nel quartier generale, no?” Light svicola, con un sorriso che tenta di essere affascinante. Ci riesce benissimo, ma L non è esattamente un novellino.

“Siamo anche nella mia stanza d’albergo.”
“Ah sì?” Light sorride, guardandosi in torno con aria fintamente sorpresa. “Non me ne ero accorto.” 

Ryuzaki non risponde. Si limita a sorseggiare la tazza di tè fin troppo zuccherata. 

“Senti, se non vuoi me ne vado. Non è un problema,” Light allarga le braccia in un gesto di resa, probabilmente l’unico che vedrà mai da quel ragazzo. Da Kira. 

L si volta a guardarlo, posando la tazzina sul tavolo. “Dovresti rimanere.” 



Le convenzioni sociali non sono mai state il forte di L. 

L’etica nemmeno. 

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 COW-T verse

Fabian/Meridian, Fabian/Regis 

COW-T #12, w6, m1 

1433 parole


Il problema di Meridian è che tende a distrarsi, per cui non ha esattamente idea del perché Calico e Fabian siano finiti a parlare di tomi polverosi, ma ha abbastanza prontezza di spirito per tornare a concentrarsi sulla conversazione in tempo per sentire suo zio sbuffare. 

“No, non c’è nella biblioteca, ma Regis ne ha una copia, dovresti chiedergliela.”

Non che Meridian stia davvero prestando attenzione a Calico, no, è la fugace espressione di Fabian, gli angoli della bocca che si piegano verso il basso, la ruga corrucciata tra le sopracciglia., che la preoccupa. Dura una frazione di secondo, il tempo necessario perché Fabian si renda conto di essere ingiusto e si mortifichi da solo, ma è lì. 

“Ah, sì, dovrei proprio farlo,” il ragazzo si stringe nelle spalle e Meridian sa già che no, non lo farà affatto. 

È la goccia che fa traboccare il vaso, l’evidente segnale che Meridian ha lasciato passare davvero troppo tempo a fingere che il problema non esista e che questa non sia una situazione complicata. 

Meridian è una donna d’azione - una ragazzina, piuttosto, come sbufferebbe zio Calico dall’alto dei suoi… quanti, due o tre anni più di loro? Noioso. Ma comunque. Azione. È quello il punto. 

Che Meridian non si preoccupa di riflettere - e a che serve farlo?, dopotutto, il problema non scomparirà soltanto perché ci si è persi tre ore a parlare di nulla senza portare a casa nessun risultato. La soluzione perfetta non esiste mai in nessun caso, e se deve essere imperfetta, almeno che sia rapida 

Per questo Meridian decide che ha lasciato passare fin troppo tempo prima di risolvere il problema - a fingere di ignorare persino che il problema esistesse, perché andiamo, quello è Fabian e di certo dovrebbe saperlo da solo che il fatto che Regis sia un eye candy non toglie assolutamente nulla a quello che c’è tra loro.

Certo, dovrebbe saperlo da solo, ma quello è Fabian, appunto, quello a cui alla nascita è stata distribuita nella sua interezza la capacità di stare seduto ad un tavolo e valutare tutti i possibili outcome di una situazione, con tanto di tabelle e percentuali sulla probabilità che una cosa si verifichi o meno. Per cui, ovviamente, Fabian dovrebbe sapere, ma non sa - perché se c’è anche soltanto lo 0,00001% di probabilità che si verifichi qualcosa che lui teme, ovviamente passerà le ore a farsi frullare quel pensiero in testa. Motivo per cui non basta relegare il problema nella categoria ‘ennesima ansia di Fabian’, anche se Meridian vorrebbe tanto potersi convincere che il “mi passerà, vedrai, ho solo bisogno di un po’ di tempo, non devi preoccuparti” che ha tentato di rifilarle come rassicurazione possa mai diventare la verità.

Meridian alza gli occhi al cielo, perché lo ama, sì certo, ma ma dannazione a volte Fabian è proprio un idiota. 

Non importa che Meridian abbia ricambiato il suo bacio sulla spiaggia,- non importa che gli abbia gettato le braccia al collo e lo abbia tirato a sé, dentro di sé, di nuovo uniti come una cosa sola, come sarebbero dovuti essere dall’inizio - e che poi abbia continuato a farlo, rendendogli ben chiaro che ricambia completamente i suoi sentimenti. Non importa perché ogni singola volta gli occhi di Fabian si spalancano stupiti, come se non potesse davvero credere che lei voglia stare con lui, come se fosse un miracolo averla tra le braccia. 

Sciocco, sciocco, Fabian. 

Come se Meridian potesse mai volere altro -  non se significa rinunciare a Fabian. No, rinuncerebbe all’universo piuttosto ma non a Fabian. 

Ed è per Fabian che lo fa, perché il problema è che Regis è il loro precettore, l’uomo a cui dovrebbero andare a chiedere aiuto in caso di difficoltà non abbastanza importanti per essere sottoposte all’attenzione dei genitori e questo prescinde qualsiasi desiderio Meridian abbia di entrargli nelle mutande. 

Perché se Fabian non può andare da Regis a chiedere aiuto, allora Meridian che sta facendo? 


-


Fabian la guarda con tanto d’occhi. “Meri, no!” 

“Meri, si!” Sorride maliziosa, ignorandolo completamente. 

“Non puoi insinuare che io vada a letto con Regis!” 

“Perché no? Sei forse… eterosessuale?” Lo dice come se fosse una brutta malattia, e poi se ne pente, “oh, numi, lo sei? Perché se lo sei non è un problema, davvero!” 

Fabian arrossisce fino alla punta delle orecchie. “Non ho detto questo.” 

“No, ma davvero, a me puoi dirlo, lo sai.” 

“Meri, non sono etero! Nessuno può essere etero su Tanit, è tipo… geneticamente impresso nel DNA, hai due occhi, due braccia, un naso solo e la capacità di scoparti qualsiasi cosa si muova. Non vuol dire che io voglia andare a letto con Regis.” 

“Perché no?” 

“Perché no e basta.”
“È per colpa mia?” 

“Meridian, Regis non è interessato a nessuno di noi due.” Se ha rifiutato te, figurati me, lei legge tra le righe. 

“Oh, di questo non ne sarei così sicura. Lascia fare a me.” 

Fabian non le ricorda che ha provato a portarsi a letto Regis per anni, senza mai riuscirci, e non le chiede cosa le faccia credere di poter riuscire a convincere il loro precettore a portarsi a letto lui.  Meridian è troppo cocciuta, e quando ci si mette, non c’è molto che possa farle cambiare idea. 


-


C’è un unico posto dove Meridian non verrebbe mai a cercarlo. Per assurdo è casa di Regis. 

Fabian ci si deve rifugiare perché la sorella ormai non gli dà pace e lui non ha un attimo di respiro nemmeno per mettere insieme due grafici. Ogni momento lei è lì a cercare di mettere in atto la sua opera di convincimento e Fabian non ne può più di cercare di convincerla che lui a Regis non ci è minimamente interessato. 

Perciò è con grande imbarazzo che bussa alla porta del precettore, nonostante non avesse voluto farlo prima per motivi ben più gravi. 

Regis lo accoglie e ascolta la sua storia. Ride nei punti giusti - e cioè in continuazione, perché l’intera vicenda è ridicola, e Fabian si passa le mani tra i capelli e sbatte la testa contro la tavola. 

“Non so dove altro andare!”
“Beh, qui puoi stare finché vuoi.” 

“Grazie.” 


-


Alla fine visto che tanto ormai passa da Regis tutti i suoi pomeriggi, Fabian si decide a chiederglielo il benedetto libro che la biblioteca non ha, ma il precettore sì. Regis gli porta un tomo molto meglio conservato di quanto non si sarebbe aspettato vista l’età del libro e si perde anche due ore a cercare di spiegargli i passaggi più complicati, chinandosi sulla sua spalla per indicare con il dito dove la traduzione lascia a desiderare. 

Fabian si dice che forse il piano di Meridian era un stupidaggine, ma se non altro è servito a farlo riavvicinare al precettore quel tanto che basta. Se non fosse che un pomeriggio si ritrova a fissare le sue labbra ed è tutta colpa di Meridian, perché Fabian non ha mai desiderato in quel modo Regis, non prima che la sorella gli impiantasse il tarlo, dannazione a lei.
Persino Regis se ne accorge, e il primo istinto di Fabian è scappare, il primo istinto è alzarsi talmente in fretta da far cadere la sedia a terra e precipitarsi fuori dalla stanza. 

La mano di Regis si posa sul suo avambraccio e lo ferma prima che i suoi muscoli possano agire. 

“Regis…” La voce di Fabian è un sussurro roco, il precettore è troppo vicino, più vicino di quanto non fosse un’instante prima.

“Meridian ha bisogno di un no, ogni tanto. Tu, ogni tanto, hai bisogno di un sì.” 

Poi Regis lo bacia. 



“Spero sarai contenta,” Fabian la interrompe prima che Meridian possa passare all’attacco. 

È il primo pomeriggio che si fa trovare da due settimane a quella parte e Meridian è talmente sorpresa che nemmeno stava più provando a convincerlo. 

E adesso una frase criptica che la ragazza impiega qualche istante a decifrare. 

“Ci sei riuscito?!” Meridian lo guarda con tanto d’occhi. “Come?” 

“Non lo so.” 

“Insegnami.” 

“Meri…”
“Sono anni, che ci provo con lui e tu in due settimane scarse ci finisci a letto? Cos’hai più di me.” 

Fabian inarca le sopracciglia, davanti all’evidente differenza. 

“Oh, hai capito cosa intendevo!” Meridian gli dà uno schiaffetto sulla spalla. “Voglio sapere come hai fatto a farti dire di sì.” 

Fabian si stringe nelle spalle, “Se lo sapessi te lo direi, ma non ne ho idea.” 

Meridian si concentra sulla parte importante della frase. “Me lo diresti? Quindi ti è passata la gelosia?” 

Fabian arrossisce violentemente e Meridian ridacchia della sua espressione. 

“Va bene, va bene, ma voglio tutti i dettagli. Adesso, fratello. Se non posso io, devo viverlo per procura.”  

Fabian vorrebbe dire di no, ma come precedentemente dimostrato, Meridian ottiene sempre quello che vuole. 


Où mónon

Apr. 3rd, 2022 11:21 am
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DEATH NOTE 

L/Light 

Cow-T #12, w6, m6: Sport (tennis) + NSFW
1125 parole

 

Sottovalutare il suo avversario era un privilegio che Light non si sarebbe mai concesso. Certo Ryuzaki non sembrava un grande sportivo, così pallido e scheletrico Light lo avrebbe preso più per un hikikomori sempre chiuso in casa davanti ad un computer, nemmeno in grado di tenere tra le mani una racchetta da tennis. 

E invece questo fantomatico L, se di L davvero si trattava, sul campo sapeva il fatto suo.
Light si deterse il sudore dalla fronte, pronto a scattare, mentre il braccio di L compiva un arco perfetto e la pallina impattava contro le corde. 

La palla volò oltre la rete in una parabola stretta e cadde sul terreno di terra rossa esattamente dove Light aveva previsto. Lo studente attese il rimbalzo e rispedì con un rovescio la palla dall’altro lato del campo. 

Ryuzaki era bravo, Light doveva ammetterlo, anche se l’idea non gli piaceva affatto, il suo cervello riusciva a calcolare gli angoli e le traiettorie per servirgli palle difficili e poi il suo corpo era in grado a tradurle in mosse ben riuscite. 

Stringendo i denti, Light corse dal lato opposto del campo, tendendo il braccio verso il lato più esterno per evitare che la palla, dopo il rimbalzo, finisse fuori. 

Poteva sembrare un errore, che L avesse tirato con un po’ troppa forza la pallina e che solo per un caso fortuito quella non fosse uscita direttamente dal campo. Ma Light era già al secondo set e dell’avversario aveva preso le misure. Ryuzaki non era uno da commettere errori così grossolani. L stava giocando per vincere, in tutto e per tutto, nel tennis come nella caccia a Kira. 

E rispedendo la palla dall’altro lato con così tanta forza e frustrazione da mandarla fuori campo, Light si disse che non se ne doveva dimenticare. 

 

 

Era bastato uno sguardo, una di quelle regole non dette degli spogliatoio maschili per cui sotto la doccia ognuno finge di essere da solo e non stacca gli occhi dall’irrigatore. 

Invece Light lo aveva guardato di sottecchi, solo per valutare l’avversario, e lo aveva trovato a ricambiare il suo sguardo.
L aveva inclinato la testa verso di lui, senza una parola e aveva sostenuto il peso dei suoi occhi. Forse Ryuzaki non la conosceva quella regola non detta, ma Light si era rifiutato di essere il primo a cedere e voltare la testa 

Si erano fissati per interi istanti che erano parsi secoli, con l’acqua che scorreva calda lungo i loro corpi nudi, e poi Ryuzaki aveva chiuso il rubinetto e senza prendere un asciugamano, ancora grondante, aveva girato attorno al muretto che divideva i due box. 

Forse Ryuzaki quella regola non detta la conosceva benissimo e conosceva anche il significato di infrangerla. 

Light non se lo aspettava, tutto avrebbe pensato tranne che L, o chi per lui, potesse volere questo da lui. 

Invece Ryuzaki gli si era avvicinato e poi gli si era premuto contro, incastrandolo contro la parete della doccia prima di baciarlo. 

Light lo aveva lasciato fare, curioso di sapere fino a dove si sarebbe spinto, di sapere se avrebbe potuto rivoltare a suo favore anche una avance del genere. 

Ryuzaki aveva fatto scorrere le mani lungo i suoi fianchi, sfregando i loro bacini insieme nel tentativo di far diventare duri i loro cazzi a mezz’asta. 

Light per tutta risposta non si era tirato indietro. Gli aveva morso il labbro inferiore e gli aveva afferrato il culo, tirandoselo più vicino. 

Ryuzaki si era lasciato sfuggire un gemito contro la sua bocca, e poi si era staccato da lui per guardarlo in faccia. “Prima di andare oltre, l’etica mi impone di informarti che penso che tu sia Kira.” 

Light aveva aperto la bocca sorpreso e l’aveva richiusa, senza sapere cosa dire. Poi era scoppiato a ridere. 

Ryuzaki lo aveva osservato incuriosito, senza capire cosa avesse scatenato la sua ilarità.

“Cioè, l’etica ti impone di dirmelo, ma non ti impone di non scoparti un sospettato?” 

L aveva schioccato le labbra. “Esattamente. Dovremmo giocare a carte scoperte.” 

“Stai cercando di portarmi a letto solo per scoprire se sono Kira?” Light gli aveva chiesto divertito, stringendo la presa sul suo culo. 

“No,” Ryuzaki aveva scosso la testa, “Non solo per questo.” 

“Non solo?”
“Non solo. È un problema?” 

“Assolutamente no.” 

Light lo aveva baciato, gli aveva fatto passare la lingua tra le labbra, costringendolo ad aprirle, e Ryuzaki per tutta risposta aveva cercato di invadere la sua bocca. 

Era una gara anche quella, una sfida, ed entrambi avevano intenzione di vincere.

“Sei andato a letto con tutti i tuoi altri sospettati?” 

“Chi ti dice che io abbia altri sospettati?” 

Poi, senza dargli il tempo di replicare, L si era lasciato cadere in ginocchio sul piatto della doccia e lo aveva preso in bocca. 

Light aveva provato a muoversi, a spingere le anche verso di lui, ma Ryuzaki lo aveva tenuto fermo, gli aveva impedito di scopargli la bocca. Anche in quella posizione, stavano lottando per il comando. E qualcuno potrebbe pure pensare che con i denti così vicini alla sua erezione, quello in posizione dominante fosse in realtà L. 

Non che a Light importasse al momento, la sua mente lucida, era appannata dalla suzione della bocca attorno al suo cazzo, alla mano di Ruyzaki che si muoveva dalla base fino alla punta seguendo il movimento ritmico e ondeggiante della sua testa. 

L non gli aveva lasciato possibilità di muoversi, nemmeno di tentare di sopraffarlo e di nuovo Light si era stupito della forza nascosta in quelle mani sottili, in quei muscoli inesistenti, poi non era riuscito a pensare più a niente, non abbastanza coerente nel suo piacere per mettere in fila due parole. 

L si era tirato in piedi e si era pulito l’angolo della bocca con il pollice, Light lo aveva osservato tra le palpebre socchiuse. 

“Di soliti preferisco il dolce,” aveva detto, quasi tra sé e sé, e Light aveva sentito un fremito al pensiero che avesse ingoiato. Al pensiero che il più grande detective del mondo gli avesse appena fatto un pompino nelle docce. 

Si era staccato dalla parete e si era avvicinato a lui. L lo aveva lasciato fare, senza staccargli gli occhi di dosso. Poi Light aveva chiuso la mano attorno alla sua erezione e aveva cercato di ricambiare il favore, leggermente incerto, lui che era perfetto in tutto quello che faceva. Imparava in fretta, però, e aveva considerato una vittoria ogni gemito strappato alle labbra strette tra i denti di Ryuzaki. 

L era venuto sulla sua mano, era venuto con un grido, ma non aveva chiuso gli occhi, quello no. Non si fidava di lui abbastanza per perderlo di vista. 

Light era intrigato. Quella, oh quella sarebbe stata davvero una bella partita. 

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 SHERLOCK (BBC)

Sherlock Holmes/John Watson 

COW-T #12, w6, m2: Matrimonio

 

 

Questo matrimonio è una farsa, John si dice, sistemandosi la cravatta. Solo che non lo è -  l’officiante è vero, così come veri sono gli invitati, il ristorante per il ricevimento, il fiorista che ha sistemato le decorazioni sulle panche e il fotografo che sembra stia facendo un reportage di guerra minuto per minuto, piuttosto che un semplice album di matrimonio. 

John non sa neanche perché lo stia facendo, perché si sia lasciato convincere che per arrestare uno stalker particolarmente fissato con Sherlock fosse necessario tirare su questa pantomima, ma eccolo lì, di nuovo all’altare e questa volta sì che ne avrebbero parlato i giornali. 

Tutte quelle speculazioni, tutti quei gossip, e alla fine John e Sherlock stanno dando loro esattamente quello che volevano. Una grande storia d’amore, culminata con un matrimonio. 

Anche se Sherlock gli ha detto che potranno chiedere l’annullamento il giorno dopo, che Mycroft glielo farà avere in giornata e John avrebbe voluto dargli un pugno - un altro, perché è sempre così con Sherlock, no? Sembra aggraziato come una farfalla, con quei cappotti svolazzanti e i delicati zigomi cesellati, e invece è un cazzo di caterpillar che travolge tutto quello che si trova sul suo percorso, asfaltandolo. 

John non lo vuole sposare davvero, o per lo meno non lo vuole sposare così. 

Ci ha messo un po’ per ammettere con sé stesso che quella cotta stratosferica che aveva avuto per Sherlock fin dal primo momento che lo aveva incontrato non sarebbe andata via - nonostante il ‘sono sposato con il mio lavoro’, nonostante Sherlock avesse reso ben chiaro di non essere interessato, nonostante Reichenbach. E ci aveva provato John a mettere tutto da parte, ad andare avanti con la sua vita. E invece ora si ritrova qui, davanti ad un altare, davanti a Sherlock Holmes. Ed è tutta una farsa. 

"Vuoi tu, Sherlock Holmes prendere come tuo sposo il cui presente John Hamish Watson?" l’officiante chiede, seguendo la formula di rito. 

"Ovviamente," Sherlock dice, senza perdere un colpo, e John si dice che è stupido vedere cose dove non ci sono, la sua voce non ha tremato, perché lui è Sherlock e di questo matrimonio non gli interessa nulla. 

“Dovrebbe rispondere ‘lo voglio’, signor Holmes.”

“Lo voglio,” Sherlock annuisce e stranamente non alza gli occhi al cielo davanti alla stupidità di certe formalità. 

“E vuoi tu, John Hamish Watson, prendere come tuo sposo il cui presente Sherlock Holmes?”

John esita, perché può essere una puttanata, può essere che lui al matrimonio non ci creda più, non dopo Mary, ma forse è solo quello che si è convinto di credere per non scendere a compromessi con il fatto di aver volutamente legato la sua vita a quella di una donna di cui non conosceva nulla. 

E poi questo è Sherlock e Sherlock lo conosce come il palmo della sua mano, come l'interno delle sue tasche - ma Sherlock ha finto di morire e lo ha lasciato due anni a piangere una tomba vuota, Sherlock che lo tratta sempre come se fosse un passo indietro; e non che non lo sia, d’accordo, ma John con il cuore spezzato non gli può perdonare di continuare a spezzarglielo. 

“John?” Sherlock inclina la testa a spronarlo davanti al suo mutismo. 

No, vorrebbe dire, con che diritto mi chiedi una cosa tanto importante per risolvere un caso. 

‘Ovviamente’, aveva risposto lui all'officiante, ma ‘ovviamente’ un cazzo, come se davvero volesse sposare John come se non ci fosse nessun dubbio, come se potesse essere John e nessun altro… 

Il colpo di pistola risuona roboante nella stanza e John non capisce esattamente cosa sia accaduto,  l’improvvisa scarica di adrenalina che gli contrae i muscoli e gli affina i sensi cozza contro l’impeto del corpo di Sherlock lanciato verso di lui. 

Rovina a terra, con Sherlock che lo tiene inchiodato al pavimento, una mano dietro la nuca per evitare un trauma cranico nella caduta. 

“Stai bene?” Il detective gli chiede, il respiro corto e caldo contro la sua guancia, e John si chiede se la testa poi in fondo non l’abbia sbattuta davvero. 

Annuisce, con la bocca troppo secca per formulare una qualsiasi parola e Sherlock lo fissa con quegli occhi azzurri un po’ troppo intensi e John non ci crede che stiano avendo un momento proprio ora, sul pavimento freddo di una stanza comunale, al loro finto matrimonio. 

“Uhm, potete alzarvi adesso?” Lestrade si schiarisce la voce ed evita palesemente di guardare nella loro direzione, “Lo abbiamo arrestato.” 

Sherlock si tira su e gli tende una mano per alzarsi. John pondera se rifiutarla, perché lo stalker era lì per lui e sarebbe dovuto essere John quello a gettarsi su Sherlock per proteggerlo, non il contrario. Ma il detective sventola la mano davanti al suo naso come a dirgli di darsi una mossa e John si decide a farsi tirare su, che a Sherlock non ha mai potuto rifiutare niente, nemmeno un finto matrimonio. 

“D’accordo, state tutti bene,” Lestrade constata, “Ora portiamo il sospettato a Scotland Yard e -” 

"Lestrade, non puoi andartene,” Sherlock lo interrompe, “sei il testimone di John." 

Lestrade corruga la fronte, ”Ma io pensavo -"

John si volta a guardare Sherlock, "Come scusa?"  

Sherlock tentenna, le mani strette a pugno perché non tremino. "Io -" 

Oh, Sherlock Holmes senza parole è una vista che John non si sarebbe aspettato mai in tutta la vita. 

"Tu vuoi che io ti sposi davvero!" 

Sherlock si tende come una corda del suo prezioso violino, ma non risponde. John lo conosce abbastanza bene da sapere che sta aspettando il rifiuto per poi finire a comportarsi come se non gliene fosse mai importato davvero di come sarebbe andata a finire la questione. 

"Se vuoi che io ti sposi davvero devi chiedermelo, Sherlock." 

"Cosa?" 

“Chiedimelo.” 

“Diresti di sì?” 

John ridacchia divertito, “Sei vuoi una risposta devi fare una domanda.” 

“Te l’ho appena fatta!”
“Ma non era la domanda giusta.” 

Sherlock scossa la testa, quasi non ci potesse credere. 

“Avanti, Sherlock, sono sicuro che la sala sia prenotata per altre persone dopo di noi.” 

Lestrade fa passare lo sguardo tra i due, nemmeno fosse una partita di tennis. L’officiante, ancora scosso per la sparatoria e l’arresto di un criminale in quello che sembrava un normalissimo matrimonio, si chiede se non sia finito in una dimensione parallela che in cui gli sposi si fanno la proposta a metà della cerimonia. 

Sherlock si morde le labbra e poi sospira. 

“Mi vuoi sposare, John?” 

John lo lascia sulle spine, si morde l’interno della guancia per non sorridere come un idiota, ed è indicativo di quanto Sherlock sia agitato il fatto che il suo cervello non registri tutti gli indizi che già rendono evidente la risposta. 

Sherlock si torce le mani e John scossa la testa, “A volte sei proprio un idiota, Sherlock.” 

Il detective impallidisce, a John che non per niente è un medico sembra che sia sul punto di vomitare, perciò risponde prima che possa farlo. 

“Lo voglio,” dice, aprendo la bocca nel sorriso a trentadue denti che stava trattenendo.  Sherlock continua a sembrare sul punto di vomitare, ma questa volta dal sollievo, e nemmeno lui con il guos grande cervello riesce ad evitare di sembrare un idiota con quell’espressione felice sul viso. 

E poi John si volta verso l’officiante e risponde alla domanda alla quale prima aveva esitato, ripetendo: “Lo voglio.” 

L’officiante apre la bocca, ancora leggermente sconvolto, senza sapere se deve dichiarare valido o meno il matrimonio, dopo un’interruzione del genere. 

Fortunatamente Lestrade accorre in suo aiuto a salvare la situazione, praticamente strappandogli il registro di mano. “Dove devo firmare prima che una catastrofe si abbatta su Londra?” 

L’officiante gli indica il punto e Lestrade firma di sbilenco, tenendo il registro in equilibrio sul palmo della mano prima di passarlo a Molly perché firmi anche lei come testimone di Sherlock. 

Poi porgono il registro anche ai due idioti e finalmente questi si ritrovano sposati. 

 

 

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Harry Potter/Good Omens
Harry Potter/Adam Young
COW-T#12, w6, m3: Credo proprio che diventeremo amici
 

E dunque, tu vuoi una storia. 

È buffo, nessuno mi ha mai chiesto una storia prima.
Di solito sono tutti molto più interessati a raccontarmi la loro, a cercare convincermi a non portarmi via la loro anima proprio adesso, perché hanno mille altre cosa da fare che non sono riusciti a fare prima del mio arrivo. 

Se non sono in ritardo li lascio parlare, sai? Ho sempre adorato le storie - capita, quando ti tocca di sorbirti sempre e solo il finale. Non che serva loro a qualcosa, se non a guadagnare una manciata di minuti in più che comunque passano con me. 

Però nessuno ha mai voluto che fossi io a raccontare…

E va bene, non garantisco sulle mie capacità di narratrice, ma conosco la storia che potrebbe fare al caso nostro.
Dopotutto, come ti dicevo, in millenni di esistenza ne ho conosciute di persone che hanno tentato di sfuggirmi, di esorcizzarmi, di imbrogliarmi o di corrompermi e nessuno di quei ciarlatani aspiranti immortali è mai riuscito ad ottenere niente di diverso dal normale e fisiologico svolgersi degli eventi. Io arrivo e loro vengono via con me. Sempre. 

Beh. Quasi sempre. 

Ci sono state due grandi eccezioni. 

Ed è questa la storia che vuoi sentire, non è vero? Ho catturato la tua attenzione. 

D’accordo, siediti. 

La prima persona di cui ti parlerò è Adam, perché Adam me lo aspettavo.

Cioè, non mi aspettavo proprio Adam, ma sapevo che qualcuno come lui prima o poi sarebbe arrivato. In fondo l’Apocalisse era già nella prima bozza del contratto di lavoro, prima che negoziassi le ferie, per cui sapevo che prima o poi sarebbe arrivato l’Anticristo a guidarmi in battaglia insieme agli altri Cavalieri e alla fine sarei potuta andare in pensione, proprio come Pestilenza. 

Ovviamente siamo qui a parlarne e il mondo sta ancora girando attorno al proprio asse per cui avrai capito che l’Apocalisse non c’è stato, ma questo dovresti saperlo già. E poi non voglio davvero raccontarti, di come un bambino di undici anni abbia deciso che alla fin fine il Giudizio Universale non fosse l’opzione migliore per il genere umano. Non è così divertente, fidati, io c’ero. È stato tutto un gran girare a destra e a manca per tutto il mondo per poi essere congedati senza nemmeno un ‘grazie per l’attenzione, ma non servite’. Mettiti nei suoi panni, quale undicenne sceglierebbe l’Apocalisse con la terra che si spacca e i fiumi di sangue piuttosto che andare a prendere un gelato con i suoi amici? Non per parlare male di nessuno, ma chiunque avesse pianificato la cosa non aveva pensato davvero bene a cosa stesse facendo. 

Oh, ma sto divagando. Dicevamo? 

Ah sì! 

Parliamo di Adam. 

 “Pronto?” 

“Adam!” 

“Sì?” 

“Dovresti venire qui. Subito!” 

“Ma chi è?” 

“Adam! Sono Anathema! Sophia è finita su un albero e non riesco a farla scendere!”
“Anathema? Ma che ore sono?” 

“Le sette e mezza, non fare il brontolone, non è così presto! Solo che non vuole scendere e io devo andare a lavoro. Ti prego!” 

“Anathema, non puoi chiamarmi tutte le volte che tua figlia fa qualcosa di paranormale…” 

“Adam! Sono le sette e mezza, sono in ritardo su tutte le tabelle di marcia possibili, Newt non è qui ad aiutarmi e tu sei l’unico che la può far volare giù da quel ramo se non decide di scendere spontaneamente. Non farmi giocare la carta del ‘chi ti ha aiutato quando pensavi di doverti far internare in manicomio’, ok?” 

“Va bene, va bene, sto arrivando. Ma, Anathema?”
“Sì?”

“Tua figlia sarà pure quella con i poteri magici, ma la vera strega sei tu.” 

“Oh, Adam, sei sempre un adulatore.” 

 

- - - 

 

La storia del manicomio è parecchio buffa. 

No, in realtà, non è affatto buffa. Allora era stato piuttosto un incubo e anche adesso a ricordare i fatti non è che ci sia tanto da ridere, ma lo humor e l’ironia a volte sono i modi migliori per affrontare un trauma, così Adam riesce a parlarne anche casualmente in qualsiasi conversazione, quasi non fosse stato in lacrime e sull’orlo di un tracollo nervoso quando si era presentato alla porta della strega del villaggio a sedici anni.
Con Anathema fino ad allora aveva sempre e parlato solo occasionalmente, incontrandola per la strada. Per qualche motivo lei sembrava averlo preso in simpatia - nonostante lui non ricordasse di aver scambiato che qualche chiacchiera con lei sulle streghe e l’inquisizione la prima volta che si erano conosciuti - e si interessava sempre abbastanza da chiedergli come andasse la scuola, cosa facesse di bello o come stessero i suoi amici. 

Si era sentito un po’ a disagio nel suonare il campanello. Come si chiede a qualcuno quanto di vero c’è nella sua filosofia di vita e se potrebbe essere coinvolto anche lui nella stregoneria, perché altrimenti l’alternativa sarebbe dover andare da un dottore di quelli bravi? 

Alla porta aveva risposto Newt e Adam era già stato pronto a voltare i tacchi e andarsene quando la strega era comparsa alle spalle del marito e lo aveva praticamente trascinato in casa, al grido di “sciocchezze, Adam, non disturbi! Vieni pure! Cosa succede?” 

Adam aveva deciso che avrebbe bevuto il tè che gli veniva offerto - perché una bella tazza di tè bollente è la soluzione ad ogni cosa -, avrebbero scambiato i convenevoli di rito, negando di avere un qualsiasi problema e sarebbe tornato a casa. 

Invece Anathema non aveva fatto domanda, piazzandogli davanti una tazza fumante di quella che lei chiamava ‘la sua Pozione Calmante, ricetta della buona e cara Agnes Nutter, strega’ con tanto di occhiolino coordinato. 

Adam non sapeva quale intruglio di erbe Anathema ci avesse gettato dentro, ma aveva cominciato a percepirne gli effetti quasi immediatamente e, senza nemmeno accorgersene, aveva cominciato a blaterare. 

 

* * * 

 

Adam aveva sempre saputo che c’era qualcosa che non andava in lui, qualcosa che lo rendeva speciale a prescindere dai complimenti di sua madre, - che si sa, ogni figlio è un piccolo fiocco di neve speciale per i propri genitori -, ma la conferma l’aveva avuta ad undici anni. 

Oh, beh, dopotutto, undici anni è il momento perfetto per le grandi rivelazioni, vedrai. 

In ogni caso, Adam sapeva che non tutti potevano muovere gli oggetti solo pensandolo o cambiare il tempo perché splendesse sempre il sole, ma non aveva idea di che cosa significasse, non fino a quando non aveva fermato l’Apocalisse. 

Sempre che fosse accaduto davvero. 

Sì, perché una parte del suo cervello lo dava per scontato - ‘certo che accadono cose strane vicino a te, è nel tuo corredo genetico’-, mentre l’ altra parte ignorava bellamente la cosa e si stupiva puntualmente quando accadeva qualcosa di fuori dall’ordinario. 

Le due parti avevano convissuto in armonia per buona parte del tempo, specialmente nel periodo subito successivo al mancato Apocalisse. Potevano passare anche intere settimane senza che Adam dovesse ricordare di non essere completamente umano. C’erano giorni in cui non gli sembrava che un sogno e per un po’ aveva persino creduto di essersi immaginato tutto. 

Con il passare del tempo però avevano cominciato a comparire delle crepe nel perfetto muro di contenimento che gli permetteva di rimanere sano di mente. 

C’erano cose che non quadravano e diventava sempre più difficile ignorarle. 

I suoi amici avevano… beh, non dimenticato, non proprio. Se Adam glielo avesse chiesto sarebbero stati in grado di dirgli a grandi linee che cosa era successo, ma non tutto e non esattamente e non sempre. I dettagli erano confusi e sfumati, così intrecciati con il normale tessuto della realtà circostante da non preservare traccia di magia o sovrannaturale, spesso richiamati a fatica dalle profondità dell’oblio delle loro menti, a volte contraddittori, ma sempre a formare un quadro incompleto. Sembrava quasi che non fossero in grado di ricordare, come i losers di IT che avevano perso la memoria di Derry una volta che se ne erano andati. 

Solo che i suoi amici non se ne erano andati affatto. E Adam sapeva che, a tredici anni, non avrebbe dovuto leggerlo quel libro dell’orrore - Mr Phele glielo aveva ripetuto più volte, che non era adatto -, ma a volte provava quell’impulso di ribellione dalle figure autorevoli che faceva tanto storcere il naso al suo giardiniere e gli faceva mormorare un ‘tutto suo padre’ anche se non aveva senso perché suo padre non si era mai ribellato neanche quando il suo capo gli aveva imposto gli straordinari la vigilia di natale. 

Ma quella era solamente la punta dell’iceberg, perché nemmeno la presenza di Mr Phele era logica. Non aveva senso che, vista la piccola casetta in cui vivevano, loro avessero bisogno - o anche solo si potessero permettere - un giardiniere, né che quello si fosse presentato a lavorare da un giorno all’altro e i suoi genitori lo avessero accettato senza battere ciglio, proprio come non avevano fatto domande per la comparsa di Dog. 

Per non parlare della tata, Miss Crow, che era comparsa da un giorno all’altro come Mary Poppins, portata dal vento, quando sua madre era stata sufficiente per i precedenti undici anni, con giusto un’aiuto nei weekend, quando chiamava una studentessa delle superiori perché lo tenesse d’occhio mentre lei e suo padre andavano al cinema. 

Non. Aveva. Senso.
Non aveva senso perché quando aveva incontrato la sua precedente babysitter, ora studentessa universitaria, e le aveva chiesto come mai avesse smesso di occuparsi di lui lei gli aveva detto che era stato perché voleva concentrarsi sugli studi ora che avrebbero occupato buona parte del suo tempo. Solo che tre giorni dopo lo aveva fermato per strada, con un sorriso e un “è tanto tempo che non ci vediamo, Adam! Che peccato che poi tua madre non abbia più avuto bisogno di una babysitter, vero? Ci divertivamo così tanto!” 

Così Adam aveva preso il suo mal di testa, il suo panico e la sua preventiva autodiagnosi di schizofrenia e aveva fatto l’unica cosa possibile. 

Andare dalle uniche due persone che, in tutto quel caos, sembravano essere rimaste sane. O almeno, non più pazze di quanto non lo fossero prima. 

 

* * * 

 

Anathema e Newt avevano ascoltato la sua storia senza interrompere, senza dargli del pazzo e soprattutto senza mettere su quell’espressione di compatimento da ‘povero caro’. 

Adam aveva finito di parlare, la gola secca, gli occhi lucidi e la tazza vuota. “Non ci capisco più nulla.” 

Anathema e Newt si erano scambiati un lungo sguardo che portava una conversazione ancora più lunga, poi Newt aveva sospirato e intrecciando le mani sotto il mento si era chinato verso di lui. “Ok, così è come ce la ricordiamo noi.” 

E forse era perché entrambi erano coinvolti nella parte sovrannaturale dell’universo già da prima e il salto dalla stregoneria ai demoni, gli angeli e l’AntiCristo non era così grande da farli impazzire, ma Anathema e Newt avevano superato la storia dei ricordi confusi già dopo qualche settimana dal mancato Apocalisse. 

“Ricordati che ho vissuto tutta la mia vita seguendo e interpretando le previsioni di una donna morta secoli fa. Niente è abbastanza strano da fermarmi, neanche un paio di ricordi annebbiati,” Anathema aveva sorriso, posandogli una mano sulla spalla in conforto. 

La parte razionale di Adam era orripilata, voleva scappare e mettere più chilometri possibili tra quei due pazzi che avevano appena confermato che tutto quello che pensava di essersi inventato, in realtà, era accaduto. A un livello più profondo, Adam però aveva capito che il problema non erano le cose folli che gli accadevano in torno, ma le vestigia di incredulità che il suo cervello si ostinava a mettere in piedi anche contro l’evidenza. 

“Io - io - Oh, cielo. Io sono l’AntiCristo.” 

“Sì, Adam, penso che dovrai abituartici.” 

“Credo che andrò a vedere come sta Agnes,” aveva detto Newt. 

“Si chiama Sophia!” Anathema aveva rimbrottato, strappando un sorriso ad Adam, che, come tutto il resto del paese, era a conoscenza delle perenne diatriba sul nome della bambina, tra suo padre, che insisteva a chiamarla in un modo per onorare la memoria della strega che aveva profetizzato l’incontro con Anathema, e sua madre che invece non ne poteva più delle interferenze dell’antenata. (‘Sono un branco di pazzi,’ aveva detto l’impiegata dell’anagrafe dopo una settimana di tira e molla prendendo in mano la situazione e chiamando d’ufficio la bambina Agnes Sophia, “un branco di pazzi, povera bimba’.) 

Di quel passo la ‘povera bimba’, che già aveva tre anni, si sarebbe ritrovata con un disturbo della personalità.

“Sophia! Come la conoscenza, che avrà perché avrà l’occhio e questo dovrebbe già bastarci senza imporle il nome della mia bis-bis-bis-avola!” Anathema aveva incrociato le braccia al petto con uno sbuffo. 

Adam si era lasciato sfuggire una risata sollevata, la prima da quando aveva cominciato a pensare di star impazzendo e di dover essere rinchiuso in un manicomio. 

“Oh, e penso che dovresti andare a fare qualche domanda anche al tuo giardiniere e alla tua tata, visto che ci sei, penso che potrebbero darti una versione ancora più dettagliata di quello che è successo in realtà.”

Così Adam aveva ottenuto tutta la storia. 

 

 

Non mentirò - e perché dovrei - Adam non la prese benissimo, ma comunque meglio di quanto mi sarei aspettata. Ero lì ad osservarlo, sai? Io sono sempre con lui. Gli altri Cavalieri erano stati congedati, ma la morte è ovunque, in attesa, e dunque non avrei potuto allontanarmi da lui nemmeno se avessi voluto. 

Ero nell’ombra all’epoca, una mera presenza che aleggiava attorno a lui, una frazione dormiente della mia coscienza, se coscienza si può chiamare quello che sono. Ma quando divenne consapevole di cosa fosse, quando ogni piccola incongruenza poteva essere spiegata da quello che gli avevano confermato Anathema e Aziraphale e Crowley, non ci volle molto perché il ragazzo cominciasse a riconoscermi e a parlarmi. 

Ben presto mi ritrovai ad essere con lui, molto più di quanto ero nel mondo. E poi avvenne quello che avvenne. 

Già, è ora di parlare di Harry. Non avrai mica pensato che mi fossi scordata di lui? 

 

 

Harry aveva una particolarità già molto prima che accadesse quello che è accaduto. Forse era destino, scritto nelle stelle fin da prima della sua nascita, profetizzato da un’altra strega, non altrettanto prolifica di premonizioni quanto Agnes, ma comunque una Veggente notevole. 

In ogni caso, Harry Potter non moriva. 

Non che sfuggisse consapevolmente alla Morte, era soltanto un bambino di poco più di un anno la prima volta che quella avrebbe dovuto prenderlo con sé. E invece semplicemente tutte le condizioni che si sarebbe dovuto verificare perché lui morisse erano stato ritorte, e il bambino era sopravvissuto contro ogni logica. 

Era sopravvissuto e aveva continuato a sopravvivere negli anni nonostante maghi oscuri, basilischi e draghi si impegnassero a metterlo in situazioni dalle quali era logico non sarebbe potuto sopravvivere. E invece. 

Poteva sembrare una casualità, all’occhio meno esperto, fortuna sfacciata l’avrebbe chiamata qualcun altro. Ma poi Harry aveva riunito i Doni della Morte e no, il titolo di Padrone della Morte non era metaforico.

 

* * * 

 

Essere un Auror era stato divertente… più o meno per i primi dieci minuti. Forse sarebbe pure potuto piacergli come lavoro se solo lui non fosse stato Harry Potter, dannazione al suo nome. Un’Auror avrebbe dovuto essere discreto, non attirare l’attenzione delle masse, e il suo nome lo aveva reso il centro di diverse trappole piazzate dallo zoccolo duro dei seguaci di Voldemort che ancora non si rassegnavano della sua sconfitta. 

Quando si era deciso a consegnare le dimissioni era stato un sollievo sia per Harry che per il Ministero, che certo non si poteva permettere di licenziare l’eroe della seconda guerra magica. 

Non aveva saputo che fare, Harry della sua vita, ma poi Minerva - dannazione quanto gli faceva strano chiamarla in quel modo - gli aveva proposto la cattedra di Difesa COntro le Arti Oscure, che chi meglio di lui avrebbe potuto ricoprirla ed Harry, che aveva sempre considerato Hogwarts come la sua vera e unica casa, aveva accettato. 

Era ironico, perché se gli avessero chiesto ad undici anni cosa ne sarebbe stato del suo futuro, mai avrebbe potuto immaginare che sarebbe finito così: un accademico. E per di più un accademico che cercava di ampliare il suo campo di studi. 

Quando aveva detto ad Hermione che avrebbe voluto fare ricerca - e su cosa -, l’amica aveva sgranato gli occhi e si era portata una mano al petto, “Chi sei tu e che nei hai fatto di Harry Potter?” 

Sì, il resto della sua vita non era andata esattamente come si era aspettato, lui e il resto del mondo, perché in quel momento stringendo al petto il tomo dalle fragili pagine scritte in una lingua che probabilmente aveva la stessa età della sua improbabile aiutante, si era sentito stranamente realizzato. 

“L’ho trovato!” 

“FINALMENTE. ORA POTREMMO TORNARE A CASA,” aveva detto la nera figura alle sue spalle, senza traccia di appropriato slancio nella voce. 

“Un po’ più di entusiasmo sarebbe gradito. Dopotutto questa scoperta è in gran parte merito tuo.” 

“E PER L’UMANITÀ, HIP HIP, HURRÀ.” 

“Non sei divertente.” 

“DIO NON VOGLIA. L’UMORISMO NON FA PARTE DEL CONTRATTO DI LAVORO. ACCOMPAGNARTI IN GIRO PER IL MONDO ALLA RICERCA DI UN TOMO SULLE ARTI OSCURE E COME COMBATTERLE SÌ PURTROPPO, MA ALMENO MI È ANCORA CONCESSO DI FARLO CON TUTTA LA VERVE DEL CASO.” 

“Risparmiami,” Harry aveva alzato gli occhi al cielo. 

“NON LO FACCIO FORSE TUTTI I GIORNI?” 

“Oh Merlino, per favore.” 

“LO SAI” disse la Morte, “SEI PARECCHIO NOIOSO PER ESSERE COSÌ POTENTE.” 

“Che ti aspettavi?” 

“PIANI DI CONQUISTA DEL MONDO, VENDETTE PERSONALI PORTATE A TERMINE,  UN ALTRO APOCALISSE… NON QUESTO.” 

Harry si era rifiutato di chiedere cosa intendesse la Morte per ‘altro’, perché no, aveva già troppi problemi, grazie,“Definisci questo.” 

“PASSARE TUTTO IL TUO TEMPO IN UNA BIBLIOTECA. HO PIÙ VITA SOCIALE IO E SONO LA MORTE.”

“Intanto questa è una cripta nel mezzo del nulla, protetta da pericolosi incantentesimi -”

“NON FARMI RIDERE, SEI IMMORTALE.”  

“E comunque non ho bisogno di una vita sociale, grazie. Ne ho già avuta abbastanza per bastarmi due vite.” 

“PECCATO. NE CONOSCO UN ALTRO DI TIPO COME TE -”

“Annoiato, dedito al lavoro e, soprattutto, immortale?”
“SÌ.” 

Harry si era voltato di scatto verso la figura nera, credendo che scherzasse, “Come scusa?”

“SAI, DOVREI PROPRIO PRESENTARTELO.” 

 

 

Mi piacerebbe prendermi il merito di averlo fatto davvero, sai, ma alla fin fine l’Universo ha lo strano senso dell’umorismo di far accadere quello che deve accadere a prescindere dalle circostante. Così quando li ho presentati ufficialmente, l’Anticristo e il Padrone della Morte, loro si conoscevano già, erano Adam e Harry. 

Quella prima volta non ero presente - e perché avrei dovuto? Il mio Padrone, l’Anticristo e due donne molto competenti (anche se allora Agnes Sophia aveva soltanto undici anni). Chi mai poteva morire lì, eh?
Ovviamente avevo altro di meglio da fare

 

- - - 

 

Anathema ha le braccia incrociate sul petto e un cipiglio scuro in volto che farebbe indietreggiare  Satana, “Sophia, scendi da quell’albero.” 

“No!” 

La bambina si aggrappa al ramo, dondola i piedi e le fa una linguaccia. 

Anathema è a tanto così dall’andarsene e lasciarla sull’albero, quando una voce alle sue spalle interrompe i suoi pensieri. 

“Mrs. Pulsifer?” 

Anathema ruota suoi tacchi e si ritrova davanti un ragazzo il cui aspetto nulla ha a che fare con l’aura che emana. È potente, lo percepisce, in un modo che forse aveva sentito soltanto quando Adam era un bambino, eppure ha l’aspetto di un innocuo bibliotecario

“Device, prego. Ho tenuto il mio cognome. Come posso aiutarla?”

“Mi scuso Mrs. Device. Sono Harry Potter e sono qui per sua figlia Agnes Sophia.” 

“Cosa ha combinato?” 

“Niente, assolutamente,” quello scuote la testa, “Tuttavia sono sicuro che si sia accorta anche lei che accadono cose strane intorno ad Agnes…” 

“Sophia,” lo corregge di riflesso Anathema, e poi inclina la testa, assottigliando gli occhi per studiarlo meglio, “Per caso lei è un angelo, un demone o qualcosa di vagamente legato al prossimo Apocalisse? Perché non ci interessa partecipare.”

“Io - veramente - io sono… Le sembrerà folle, ma io sono un mago, in realtà.” 

“Ah,” Anathema sospira, nemmeno un po’ impressionata, né scandalizzata. “Tutto qui?” 

“Vede,” Harry continua, già sollevato che la donna non abbia chiamato un manicomio, ma forse quella più pazza qui è lei, “sono un insegnate presso una prestigiosa scuola di magia ed è nostra convinzione che sua figlia sia una strega, quindi sono qui per offrirle-” 

“Certo che mia figlia è una strega,” Anathema lo interrompe, alzando gli occhi al cielo, “la prossima cosa che mi dirà qual è, che per fare il tè serve l’acqua calda?” 

Harry rimane spiazzato per l’ennesima volta. “D’accordo,” continua incerto, “di solito i Babbani non accettano così facilmente l’idea che la magia esista.” 

“Ho avuto streghe nella mia famiglia per generazioni, signor Potter,” Anathema pronuncia il suo nome senza particolare ammirazione, “Solo perché negli ultimi secoli siamo stati Maghinò con troppa poca magia per frequentare Hogwarts non significa che siamo diventati tutti idioti. Adesso, se vuole scusarmi, devo far scendere mia figlia dall’albero sul quale è volata, per lasciarla alla baby sitter.”

È in quel momento, mentre la bambina dondola i piedi da un ramo, Harry sta cercando di capire se la donna abbia accettato o meno di far frequentare alla figlia Hogwarts e Anathema sembra sul punto di esplodere, che lui arriva. 

“Anathema? C’è qualche problema?”

Anche se la domanda è rivolta all'amica, Adam non stacca gli occhi dallo sconosciuto come a saggiarne le intenzioni. 

Anathema che non è mai stata una damigella da salvare alza le mani al cielo, "Finalmente, Adam! Ce ne hai messo di tempo." 

"Beh, non sono a tua disposizione," il ragazzo si rilassa pensando che se Anathema ha tempo per preoccuparsi della sua puntualità quello sconosciuto magari sta solo cercando di salvare una bambina in una situazione apparentemente incresciosa. Adam si massaggia il ponte del naso sperando di non finire con un mal di testa. 

"Convincila tu a scendere, Adam, non so più che altro fare." 

"Non capisco perché pensi che dia più retta a me che a te, sei tu sua madre." 

"Ma tu sei lo zio preferito." 

In tutto questo Harry ha altre tre famiglie di Nati Babbani da visitare, nella speranza di non trovarsi con altre sorprese come questa. 

"Permette?" chiede dunque prima che il battibecco possa prolungarsi oltre. 

Adam lo osserva estrarre un bastoncino dalla tasca e muoverlo nell’aria in un ghirigoro strano e una parola in latino che non riconosce. 

Considerando tutto quello che sa del mondo e che le stranezze tendono a gravitargli attorno, non è poi così strano che il risultato sia che Agnes Sophia venga depositata ai piedi dell’albero senza nemmeno un graffio. 

“Oh, meno male,” Anathema sospira afferrando la figlia per la mano prima che possa decidere di tornare sull’albero. “Poteva farlo prima, ma grazie, signor Potter. Ora noi dobbiamo andare che siamo tremendamente in ritardo, ma ci risentiremo per la visita a Diagon Alley e i materiali scolastici, giusto?” 

Harry prova a rispondere ma Anathema sta già correndo via prima ancora di aver finito di parlare ed è troppo lontana per udire alcunché. 

“È riuscito a tirare giù Sophia dall’albero. Impressionante,” Adam si lascia scappare un sorriso, voltandosi per incontrare lo sguardo dello sconosciuto. “Lei è…?”
“Harry Potter, insegnante di Difesa contro le Arti Oscure presso la scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts.” 

Harry tende la mano. 

“Adam Young,” gliela stringe l’altro. 

Ed eccolo, il momento a cui tutta questa narrazione ha teso: l’incontro, l’instante in cui le loro pelli si toccano e se lo sentono addosso l’alone della Morte che li accompagna ma non li può toccare. La somiglianza tra loro, qualcosa che non si aspettavano di incontrare in nessun altro, che li aveva sempre resi così diversi dal resto del mondo e che ora hanno incontrato quasi per sbaglio. Come se l’universo potesse mai sbagliare.
Si studiano in quella che sembra una frazione di secondo e poi Harry emette il suo verdetto. 

“Credo proprio che diventeremo amici.”


Oh, ma come sai, alla fine sono diventati molto di più. 


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HARRY POTTER

Severus Snape/Harry Potter

COW-T #12, w5, m5 - Neve

2203 parole


Le strade di Hogsmeade sono innevate e piene di studenti.
Severus nasconde il naso aquilino nella sciarpa di lana, l’unica nota di colore con il suo verde e il suo argento sul nero delle sue vesti. 

Di tutte i privilegi che aveva avuto come Preside di Hogwarts, quello di non dover più supervisionare i weekend nella cittadina magica è quello che gli manca di più. Un ragazzino del terzo anno gli sfreccia accanto e Severus deve trattenersi dall’afferrarlo per la collottola e togliere cinque punti a Corvonero. Sarebbe un buon modo per sfogare il suo malumore, ma ha smesso di rovesciare la frustrazione sui suoi studenti adesso che il suo ruolo di spia è stato accantonato per sempre. 

Severus marcia verso i Tre Manici di Scopa, schivando i cumuli di neve sulla sua strada, attento a non scivolare sul ghiaccio. Non appena apre la porta l’aria calda gli colpisce la faccia, arrossandogli le guance. Ovviamente il locale è fin troppo pieno e Severus odia essere lì, e soprattutto odia essere lì in un weekend di Hogsmeade, circondato da studenti che non faranno altro che sparlare. 

Potter è seduto in un tavolino all’angolo, un bicchiere di Burrobirra calda davanti a lui. 

Severus potrebbe voltare sui tacchi e andarsene - potrebbe, certo, ma poi Potter alza gli occhi e lo vede e Severus non è mai stato un codardo.
Il ragazzo non alza una mano per fargli cenno di avvicinarsi, è Rosmerta che lo spinge dentro con cipiglio determinato perché così impalato sulla soglia fa soltanto entrare il freddo e la neve e Severus non può fare altro che andare a sedersi di fianco a lui. 

“Non ero sicuro saresti venuto,” Potter gli dice, sorseggiando la Burrobirra. 

Severus ordina un tè perché non può bere niente di più forte, non quando dovrebbe vigilare, almeno in teoria, sugli studenti. Un vero peccato. 

Inghiotte il ventaglio di secche e velenose risposte che gli sono salite alle labbra. Troppe opzioni e nessuna accettabile.

“Perché sono qui, Potter?” chiede invece, sciogliendo il nodo della sciarpa. Non che voglia restare seduto a quel tavolino per più di quanto non sia strettamente necessario, ma il calore della sala è troppo per restare completamente vestito - e poi sarebbe da idioti pensare di cavarsela in dieci minuti. Non quando il Salvatore del Mondo Magico chiede udienza. 

“Non posso semplicemente avere voglia di vederti?” 

Severus inarca le sopracciglia in quel cipiglio che fa chinare gli occhi a tutti i suoi studenti, pregando di non ritrovarsi con i punti della clessidra decimati. Su Potter ovviamente non ha più alcun effetto, sempre che mai l’abbia avuto. 

“Non so quale assurda idea tu ti sia messo in testa, ma no, non puoi.” 

Potter giochicchia con il bicchiere, a disagio. Bene. Forse questa farsa finirà prima del previsto. Severus davvero non riesce a capire cosa voglia il ragazzo da lui - averlo salvato nella Stamberga Strillante, aver ripulito il suo nome, avergli fatto riavere la sua cattedra, la sua casa ad Hogwarts… sarebbe dovuto essere fin anche troppo. E invece Potter continua a cercare la sua attenzione, a chiedere il suo tempo. 

“Sarebbe davvero così assurdo?” 

Severus torna presente alla conversazione. Assurdo? Che Potter abbia voglia di vederlo? Ovviamente.
“Per quanto abbia sempre avuto dubbi sulla tua intelligenza, Potter, mi chiedo se questa volta non sia il caso di preoccuparmi e farti visitare al San Mungo…”
“Tu ti preoccupi sempre.” 

Severus non è sicuro di aver sentito bene, non quando le parole di Potter non sono state altro che un sussurro tra le risate e le conversazioni a voci troppo alte che li circondano. 

“Come, prego?” 

“Non ti sei sempre preoccupato per me?” 

La domanda di Potter è retorica, ovviamente, lo sanno entrambi. Eppure Severus sente il bisogno irrazionale di negare. 

“Irrilevante,” Severus sorseggia il suo tè, “Il fatto che mi prema tenerti in vita esula dalla necessità di starci vicendevolmente simpatici.” 

Potter alza gli occhi al cielo. “Davvero?” 

“Sì.” 

“Sono stato nelle tue memorie, Snape. Ha smesso di riguardare mia madre molto tempo fa.” 

Severus è stato una spia per la maggior parte della sua vita, è sopravvissuto ad un Signore Oscuro e ad Albus Dumbledore ed è solo grazie alla sua preparazione che non lascia cadere la tazza, rovesciandosi addosso il suo contenuto. Le sue nocche sbiancano notevolmente attorno alla ceramica, comunque. 

“Non so cosa tu voglia insinuare…” 

“Oh per Merlino, Snape, non voglio insinuare nulla!” Potter incontra il suo sguardo, occhi verdi che sembrano attraversargli l’anima. “È così assurdo pensare che voglia passare del tempo con la persona che mi ha tenuto in vita per quasi un decennio?” 

“Sì, quando la persona che ti ha tenuto in vita si è piccata di far sì che ogni secondo di quella vita fosse miserabile,” Severus sibila e Potter scuote la testa, come se fosse Severus quello irragionevole. 

“E quanto di quell’odio era vero, quanto facciata?” Quella è una domanda a cui Severus non può rispondere perché non lo sa nemmeno lui.   

Lo odiava quel ragazzino, così uguale a James Potter, così poco simile a Lily, lo aveva voluto odiare fin dalla prima volta che aveva posato gli occhi su di lui. Ma Harry non era James, qualsiasi cosa ne pensasse quell’idiota di Black. Se deve essere onesto, c’era stato un momento, durante il suo quinto anno, prima che violasse il suo Pensatoio, in cui essere civile con il ragazzo non gli era risultato così difficile.  Ma avevano un Signore Oscuro a cui pensare e Potter era sufficientemente in grado di farsi odiare per sé stesso. 

“Non ha importanza, Potter. La guerra è finita.”
Potter si alza, lascia sul tavolo abbastanza galeoni per pagare la consumazione di tutti gli avventori del locale, e si infila il cappotto. Severus non si era nemmeno tolto il suo. Tutto sommato una conversazione più breve di quella che si era aspettato. 

Eppure Potter lo sorprende. 

“Andiamo,” dice, posandogli una mano sulla spalla. 

“Non ho finito il mio tè,” Severus temporeggia, la tazza vuota in mano, cercando di ignorare il suo tocco e tutte le possibili implicazioni, perché per quanto Potter non si più un suo studente da almeno un anno, Severus non può fare a meno di pensare che qualsiasi forma di contatto fisico tra loro sia inappropriata. 

“A me sembra di sì,” Potter lo spinge leggermente e Severus si ritrova ad alzarsi in piedi e allacciarsi la sciarpa attorno al collo. 

Potter ha una mano attorno al suo braccio, mentre lo guida fuori dal locale, e Severus sente su di sé gli sguardi di un tavolo di Tassorosso. Dannazione quanto odia quei mocciosi pettegoli, Severus quasi rimpiange la guerra, quando gli studenti non avevano così tanto tempo da perdere. 

Fuori fa ancora più freddo, sta calando la sera nonostante siano a malapena le cinque del pomeriggio.  Continuano a camminare e Potter non lascia la presa sul suo braccio, nonostante adesso siano fuori dalla folla e non abbia più bisogno di guidarlo. Severus lo lascia fare, forse perché non è più così bravo a negarsi quello che vuole adesso. 

Potter dovrebbe odiarlo, dovrebbe guardarlo con disgusto. Ha visto i suoi ricordi - ha visto Lily e Petunia, ha visto suo padre e Sirius Black, lo ha visto diventare un Mangiamorte e condannarli a morte tutti. 

“Non ti capisco,” dice Potter e, sì, il sentimento è reciproco.  

Severus sbuffa, derisorio, ma non lo interrompe. Nemmeno lo spinge a continuare. 

“Pensavo che avresti avuto pace, adesso che Voldemort è morto. Pensavo avresti smesso di…” la sua voce si spegne, perché non sa nemmeno lui come continuare. 

“Essere me stesso?” Sopperisce Severus, le labbra si piegate in un ghigno, “Potter, non sono un cavaliere in scintillante armatura.” 

Potter sembra sul punto di controbattere, ma Severus continua. 

“Non sono un eroe e non sono un Grifondoro. Sono l’untuoso bastardo che vive nei sotterranei e lo sono sempre stato a prescindere da quanti strati di Occlumanzia abbia usato per distorcere la mia immagine.” 

“Lo so,” Potter si stringe nelle spalle e nel movimento sfiora le sue, “solo non capisco perché tu non possa provare ad essere felice.” 

“Chi ti dice che non lo sia?” Severus replica, “Cosa ti importa poi che io lo sia?”  

“Cosa mi importa-?” Harry schiocca la lingua, “Non puoi essere serio.” 

“Ero un tuo professore, Potter. E tu non sei più un mio studente. Qualsiasi rapporto interpersonale è cessato quando hai lasciato Hogwarts.” 

“Stronzate,” Potter non si lascia ingannare, “non sei mai stato soltanto un mio professore, e lo sai benissimo.” Severus vorrebbe ribattere e ridergli in faccia, “E poi, ho visto i tuoi ricordi,” il ragazzo continua e il tono nella sua voce è determinante. 

Severus sente il ghiaccio invadergli il petto. Sperava che Potter fosse un idiota, sperava che certe sfumature non fossero trapelate, evidenti solo a sé stesso che già sapeva. Dopotutto quando il ragazzo gli ha restituito la fiala con le sue memorie, Severus si era accertato che non ci fosse nulla di compromettente dentro. 

Una parola di troppo, certo, forse uno sguardo che indugia qualche secondo in più del necessario. Severus ha passato una vita a provare forti emozioni nei confronti di quel ragazzino, anni a renderlo il cardine della sua esistenza, ad assicurarsi che rimanesse in vita, che non si mettesse in troppi guai, che fosse in grado di sopravvivere là fuori. Severus si dice che Potter è l’eccezione, che in vent’anni di carriera non si è mai invaghito di nessuno studente, e che con tutto il sangue sulle sue mani, quella è un amoralità che può permettersi fintanto che non vi agisce. 

“Ho visto i tuoi ricordi,” Potter insiste, si ferma in mezzo alla strada e si piazza davanti a lui, ”ho visto quello -“

“Hai visto cose che non avresti dovuto vedere,” Severus scuote la testa, “Stavo morendo, Potter, non stavo esattamente scegliendo quali memorie darti.” 

“Quindi non è vero?” 

Severus potrebbe negare, ha mentito per tutta una vita, una bugia in più non fa alcuna differenza. 

“Non so cosa tu credi di aver visto -“

“So quello che ho visto.”
“No, non lo sai.”  

“No, forse non lo so, perché pensavo che adesso che non ci sono più ostacoli, avremmo potuto…”
“Avremmo potuto? Potter, sei un ragazzino!” Severus sbotta incredulo, “E io potrei essere tuo padre…” 

“Ma non lo sei,” Potter scuote la testa, “E io non sono solo un ragazzino.” 

“Hai diciannove anni-” 

“E ho già vinto una guerra. Penso di sapere quello che voglio.” 

“E vorresti me?” Severus lo deride, perché è assurdo, un segno di pazzia evidente. Forse dovrebbe davvero portarlo al San Mungo. 

“Devi sempre rendere tutto così difficile.” 

“Te l’ho detto, non so quale immagine mentale tu ti sia costruito di me, ma non sono un eroe.” 

“Io penso che tu lo sia,” Potter si lascia scappare una risatina senza gioia, amara. “Ma ti taglieresti un braccio piuttosto che ammetterlo.” Scuote la testa con quell’espressione di disappunto sul viso, come se Severus davvero gli dovesse qualcosa.

“Non mi conosci affatto.”
“Ti conosco fin troppo bene,” replica, puntandogli un dito contro il petto, “ti conosco meglio di chiunque altro.”
Forse è vero, dopotutto Severus non ha mai lasciato entrare nessun altro nella sua testa. Non vuol dire che sia disposto ad ammetterlo. 

Potter lo fissa, sfida il suo cipiglio e le sue braccia conserte, sfida il gelo che gli si infiltra nelle ossa e la neve che ha ricominciato a scendere attorno a loro. Severus scuote la testa, anche se non sa esattamente cosa stia negando. Tutto, probabilmente, perché le persone come lui non ottengono mai ciò che vogliono; nemmeno dopo aver espiato; e soprattutto se ciò che vogliono è sbagliato. 

“D’accordo,” Potter capitola alla fine. “D’accordo, sei un bastardo e io mi sono fatto un’idea sbagliata.” 

Sulle sue labbra il sarcasmo stona, e Severus si dice che non sente qualcosa costringergli il petto, nel punto dove una volta probabilmente c’era il suo cuore. 

Potter fa per girare sui tacchi e andarsene, ma scivola su uno strato di neve compattato dai passi di troppe persone prima di lui e per Severus è un riflesso innato evitargli di cadere e rompersi l’osso del collo.
Lo afferra di scatto e lo tira contro di sé, prima che perda l’equilibrio, ritrovandoselo premuto addosso in quello che potrebbe sembrare un abbraccio. Sente il fiato caldo sulla guancia, le mani che si aggrappano alla stoffa del cappotto nero come ad un ancora e Severus dovrebbe spingerlo via adesso, staccarsi da lui come se ne fosse rimasto fulminato, ma non ci riesce. 

Harry è troppo vicino, i suoi occhi verdi incorniciati da lunghe ciglia nere si fissano nei suoi e poi scendono a fissargli le labbra. 

Severus si chiede come abbia mai potuto pensare che quelli fossero gli stessi occhi di Lily. 

“Se mi dici che me lo sto immaginando, potrei lanciarti addosso una maledizione,” la voce di Harry è un sussurro roco e Severus sente un brivido scorrergli lungo la schiena. Per qualche motivo non pensa sia colpa della neve. 

Scuote la testa, no, non può negare il momento, non può negare la tensione, il desiderio negli occhi del ragazzo, uno specchio di ciò che è riflesso nei suoi e oh, vadano al diavole le vestigia della sua moralità, si è dannato l’anima per molto meno. 

Severus chiude finalmente la distanza irrisoria tra le loro labbra. 

Intorno a loro, cade la neve. 

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BNHA 

Unrequited BakuDdeku

COW-T #12, w5, m2 - Nessun lieto fine

922 parole


È patetico, Katsuki lo ha sempre saputo, patetico. 

Stringe i pugni e manda giù la bile che gli è risalita alla bocca. 

Kirishima gli posa una mano sulla spalla, con quello sguardo dispiaciuto che Katsuki odia perché gli ha visto in faccia fin troppe volte, e Bakugou non perde tempo a scrollarsela via. 

Non ha bisogno della sua pietà - se solo lasciasse parlare Kirishima, il ragazzo gli direbbe che non è affatto pietà cercare di confortare un amico, ma quando mai Bakugou ha lasciato entrare qualcuno oltre i muri eretti intorno ai suoi sentimenti. È una fortuna che Eijiro sia in grado di leggere tra le righe, scritte in un geroglifico particolarmente esplosivo e volgare. 

“Lasciami in pace,” Katsuki gli ringhia, ma non stacca gli occhi dalla scena davanti a sé. 

Kirishima lascia ricadere la mano, però non si allontana. Sono amici da anni, per quando Bakugou si ostini a mettere su quella facciata da duro da 'io non ho bisogno di nessuno' ed Eijiro sa quanto sia falso. 

La raccolta fondi a cui sono stati invitati come specchietto per le allodole - 'venite a dare i vostri soldi in beneficenza, incontrerete i migliori heroes del Giappone' - va avanti attorno a loro, ingnara e anche incurante del piccolo dramma che si sta svolgendo al tavolo della loro agenzia. 

Deku sorride ai fotografi, firma un paio di autografi e poi stampa un casto bacio sulle labbra della ragazza al suo fianco prima di separarsi da lei per andarle a prendere da bere - Katsuki sa che non tornerà da lei prima di un'ora perché sarà continuamente fermato lungo quei dieci metri che lo separano dal bancone del bar, da gente che vuole parlare con lui. Sopprime il moto di meschina quanto inutile soddisfazione; sarà comunque la ragazza quella a tornare a casa con Deku quella notte. 

"È libero questo posto?" 

Katsuki si volta, mentre Kirishima annuisce con un sorriso e Uraraka si lascia cadere sulla sedia accanto a loro. 

"Non è il tavolo della tua agenzia, Faccia Tonda." 

"Ma non mi dire? E io che pensavo di essermi rimbambita in una sera sola, Terrorista."

"Ma che cazzo-?" Katsuki quasi si inghiotte la lingue, ed Eijiro scoppia a ridere. 

La ragazza sfoggia un sorrisetto compiaciuto, "Non crederai di essere l'unico a poter rispondere a tono, no?" 

Bakugou scuote la testa, "Cazzo vuoi?" chiede, ma è più una formalità, il tono aggressivo si è perso tra la sorpresa di ritrovare la ragazza con una spina dorsale più ferrea di quella che già si ricordava e la curiosità di sapere dove vuole andare a parare. 

"Sono qui a distrarti," la ragazza dice con nonchalance, chinandosi sul tavolo a rubare una tartina da un piatto abbandonato. "Potremmo ballare," indica la pista da ballo semi vuota. 

"Distrarmi?" 

Uraraka sospira, "Non rendi mai le cose facili, vero, Bakugou?" 

Kirishima mormora qualcosa che suona un po' troppo come 'bella scoperta', ma Katsuki è più interessato a quello che ha da dire la ragazza piuttosto che alle frecciatine del suo amico. 

"Midoriya," la ragazza indica con un cenno del capo, masticando, come se non fosse nulla di importante, come se non stesse parlando del cuore di Katsuki che sanguina da più di dieci anni. "Sei innamorato di lui." 

Katsuki sente il sangue affluirgli al viso, rombargli nelle orecchie cancellando ogni altro suono. "Che cazzo -?" 

"Lui non lo sa," non è una domanda quella della ragazza, non sta chiedendo se Bakugou abbia mai provato a confessargli i suoi sentimenti, "Ma non lo sa mai, vero? Non si accorge mai di niente, lo so," sorride triste. "È la cosa più brutta no, che tu sei lì a pendere dalle sue labbra, ad aspettare un suo gesto, una sua parola, un'apertura per dirgli che non tieni a lui soltanto come un amico, e lui arriva completamente ignaro e magari ti presenta pure la sua nuova fiamma e vuole che andiate d'accordo perché avete così tante cose in comune." Uraraka si lascia scappare una risatina, ma è amara e Katsuki sente un brivido scorrergli lungo la schiena. "Tu sei lì, che lo ami, e lo vedi che la ragazza che ha al braccio lo rende felice, e ti chiedi perché non io? Perché non si accorge di me?" 

Katsuki vorrebbe scappare, alzarsi rovesciando la sedia e lasciarsi alle spalle questo dannato inferno - al diavolo che diranno le Pubbliche Relazioni domani. Invece si ritrova inchiodato sul posto, dagli occhi scuri di Uraraka che gli guardano dentro e tirano fuori trasformando in parole tutti i loro sentimenti. 

Katsuki distoglie lo sguardo, lo porta sulle sue mani strette a pugno nel suo grembo. 

Kirishima si è nascosto dentro un bicchiere di champagne, a disagio, cercando di fingere di essere da tutt'altra parte, senza nemmeno riuscirci troppo bene. 

"Ecco perché sono qui," Uraraka si stringe nelle spalle, con un sorrisetto che cerca di stemperare la tensione, "io l'avrei voluta una persona che capisse quello che stavo passando quando è capitato a me. Perciò sono venuta a distrarti. Pensi di potermi portare a ballare?" 

Katsuki esala un sospiro, e Uraraka trattiene il fiato aspettando un'esplosione. 

"Come hai fatto a fartela passare?" chiede invece, talmente a bassa voce che si stupisce la ragazza l'abbia sentito. 

"Non passa mai. Come si fa a non amare Midoriya?" Uraraka scossa la testa. 

Già, come si fa? 

Katsuki sono anni che cerca di scoprirlo. 

Se non ci riesce, forse Uraraka ha ragione, almeno ha bisogno di distrarsi. 

Almeno per questa sera, anche se non cambierà niente, anche se alla fine tornerà a casa con il cuore spezzato comunque. 

"Allora, questo ballo, Faccia Tonda?" 

 

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25. ATTACK ON TITAN 

missing moment
100 parole


Solleva la testa e per uno straordinario folle momento gli sembra di essere tornato indietro nel tempo. Per un secondo quelli che ha davanti non sono veterani di una guerra che ha chiesto troppo da loro, ma i suoi amici. È un pensiero sciocco, nato sul pavimento sporco di uno zeppelin che solca il cielo nemico ed Eren lo cancella rapidamente. Non si sono riuniti per una bevuta, e le espressioni dure sui loro visi solcati dalle difficoltà ne sono una testimonianza. 

"Non saremmo dovuti venire," Jean scossa la testa. 

"Però lo avete fatto." 

Marley, sotto di loro, continua a bruciare. 

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24. ORIGINALE 

Riunione di famiglia

100 parole 


Una bella riunione di famiglia, gli hanno detto - hanno cercato di vendergli, perché Michele lo sa benissimo come funzionano le riunioni di famiglia di casa Santi. 

Succede che nonna Paola gli chiede incessantemente quando si deciderà a mettere insieme una fidanzata - 'mai, nonna, sono gay, quante volte te lo devo ripetere?' - e che zia Sabrina invece quanti esami gli mancano alla laurea - 'a te quanti etti mancano per fare il chilo?' No, questo no, che poi sua madre si incazza e non lo invita più.

Oddio, potrebbe essere la soluzione, ma poi dovrebbe rinunciare alla torta di fragole. Quello mai. 


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23. BNHA 

Bkdk, fantasy!au

100 parole 


Lo sapeva che non poteva farcela da solo, che per quanto si piccasse di essere forte abbastanza, c'era una profezia a smentirlo e una lama tranciata a metà - il filo frastagliato dal lato dove si era spezzata in un secondo frammento. 

Non si era aspettato che riunire le due metà sarebbe stato così semplice però, che dover rimanere fianco a fianco con quel Deku di Midoriya lo sarebbe stato. 

Invece la spada scintilla, brilla di luce propria che filtra da dove i bordi non combaciano e Katsuki si ritrova a pensare che forse sì, è c così che doveva andare. 


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22. MCU: CIVIL WAR 

Team Tony

100 parole 


Bella merda, pensa Tony e si stampa il sorriso di circostanza numero 22, quello esclusivamente riservato agli incontri con la stampa quando deve mandare giù merda e fingere che gli piaccia pure. È un sorriso brevettato comunque - come tutte le sue invenzioni - perché non ha mai fallito. 

Quel che resta degli Avengers sta in piedi, impettito sul palco, e poi arrivano loro, i figliol prodighi, ottusamente convinti che essere potenziati li renda Dei infallibili. Quasi quasi preferiva l'alieno megalomane, dio delle menzogne. 

Almeno era più onesto. 

Tony continua a sorridere e forse gli verrà una paresi. Ma che bella riunione. 


Drabble #21

Mar. 9th, 2022 11:43 pm
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21. KINGSMAN

(l’ennesima riunione del liceo sotto copertura) 

100 parole 


"Horace, non ci credo! Sei tu?" 

Sono secoli che Harry non usa il suo vero nome e la cosa non gli era mancata affatto. Si svicola in fretta dal vecchio compagno di classe e poi a mezza bocca dice, "Non una parola." 

Il ragazzo al suo braccio sorride come se avesse frequentato quegli ambienti posh da tutta una vita, invece che aver visto per la prima volta un completo di sartoria un anno prima. 

"Bel nome, preferisco Harry," Eggsy si china verso di lui e nasconde la bocca dietro la mano, fingendo una risatina. "Comunque il bersaglio è a ore due." 


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20. BNHA 

Hawks/Endeavor

100 parole

Enji se lo stringe al petto e Hawks affonda la testa nella sua spalla. Quando aveva accettato di infiltrarsi nella League of Villains lo sapeva che stava rischiando la vita, che sta rischiando la carriera e forse anche una parte della propria anima, ma lo aveva fatto comunque. 

Perché Endeavour glielo aveva chiesto, anche se Enji avrebbe preferito non vederlo andare. 

E adesso che è tutto finito - in un modo o nell'altro, con la morte di Twice e le rivelazioni di Dabi, - adesso sono di nuovo insieme. 

Ci sono da raccogliere i pezzi, certo, ma a quello sono abituati entrambi. 

Drabble #19

Mar. 8th, 2022 10:25 am
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19. COBRA KAI

Eli & Demetri

100 parole 

Non lo capisce Eli come sia possibile che basti solo questo, un 'mi dispiace' per tornare ad essere amico di Demetri. È la riconciliazione più falsa che abbia mai visto perché non ci può credere di averlo trattato come una merda - di avergli rotto un braccio, dannazione,  - e comunque cavarsela così. 

Amici come prima. 

Non ci crede, c'è qualcosa che Demetri gli nasconde - magari cova vendetta, Eli sarebbe disposto a farsi prendere a pugni per risolvere la situazione. 

"Come se i pugni avessero mai risolto qualcosa," Demetri gli dice, "Guarda che sono tuo amico e basta." 

"Perché?"

"Perché mi sei mancato." 

 
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 18. MERLIN 

Reincarnation!AU 

200 parole

"Arthur? Sei tu?" 

Merlin lo vede negli occhi del ragazzo che non lo conosce. Potrebbe essere un falso, non sarebbe il primo, dopotutto sono passati secoli dalla morte di Arthur e i contorni del suo viso sono diventati indefiniti nella memoria di Merlin. Si maledice il mago, ogni giorno, perché Arthur è la persona più importante della storia - della sua storia - e ne ha dimenticato i particolari. 

Il ragazzo scuote la testa, una zazzera bionda come del grano, del giusto colore, Merlin ne è sicuro.

"Sono Merlin, ti ricordi di me?" il mago gli posa una mano sul braccio e prende la scossa quando i suoi polpastrelli sfiorano la carne. 

C'è un lampo di comprensione nei suoi occhi, uno sguardo carico di sorpresa e orrore, quasi fosse stata aperta una diga e vent'anni di ricordi si fossero rovesciati sulla sua mente. Il che è esattamente quello che deve essere accaduto. 

"Merlin?" Arthur chiede con voce spezzata e tende una mano verso di lui. 

Merlin annuisce, senza poter fare a meno di notare che stia tremando. 

Poi Arthur sbatte le palpebre un paio di volte, esala un sospiro, e la trasformazione dal ragazzo in jeans al re in futuro è quasi immediata. 

"Bentornato, Arthur." 

 
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17. MERLIN 

Arthur lives!AU 

100 parole

Arthur è esattamente come se lo ricordava quando se lo ritrova davanti. Sono passati vent'anni da quando Merlin è stato bandito dal regno - bandito, perché Arthur non ha avuto il cuore di condannare il suo migliore amico al rogo, di vederlo bruciare come un traditore qualsiasi. Merlin si aspettava di non rivederlo mai più, non certo che lui venisse nella sua foresta. 

"Ho bisogno del tuo aiuto," Arthur gli dice e il peso di quei vent'anni sembra gravargli sulle spalle tutto d'un tratto. 

Merlin potrebbe dire di no - dovrebbe, ma non è mai stato bravo a portare rancore. 

"Fai strada." 

 
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16. GOOD OMENS
Aziraphale/Crowley 

100 parole

Aziraphale si dice che non ha passato le decadi a cercare l'ombra di Crowley in ogni angolo. Se lo dice, ma è un peccato perché gli angeli non dovrebbero mentire. 

È strano perché lui e il demone hanno sempre avuto questo magnetismo, come due poli di una calamità per cui andasse dove andasse l'angelo ci incappava continuamente fin dai tempi dell'Eden. 

E poi più niente. Pensava di averlo visto nel 1832 vicino ad un bagno, ma forse si era sbagliato.

Così, non c'è niente di strano se quando lo incontra il secolo dopo, gli getta le braccia al collo.

 
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15. HARRY POTTER 

WolfStar

100 parole 

C’è una parte della riunione tra vecchi amici dopo dodici anni di separazione e sospetti, che Remus e Sirius pensano sia meglio tenere per loro. 

È quella parte fatta di lacrime e scuse, di 'mi dispiace' sussurrati contro la tela lacera dei vestiti, perché solo uno è stato in prigione, ma nessuno dei due se la passa bene. 

È quella parte in cui cercano di rammendare dodici anni di distanza, perché sono amici - sì, certo, amici. Perché Remus lo ha aspettato tutti quegli anni, nonostante Sirius sospettasse di lui, perché Sirius è diventato un cane per lui. 

Perché sono amici e molto di più. 

 
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14. ORIGINALE 

Note: un po’ meta se volete

100 parole 

"Dimmi che ci stiamo infiltrando per smascherare un serial killer," Alice la prega e Maria sbuffa. 

"Ma perché tutte le volte che si parla di organizzare una rimpatriata tu mi salti fuori con queste panzane che uno dei nostri vecchi compagni dovrebbe essere una spia dormiente del Mossad o di che so io?" 

"Il motivo per cui penso che la Piattola in realtà venda segreti di stato e che il suo compratore sia quell'idiota della Mancini è perché penso che nessuno sano di mente andrebbe volontariamente ad una riunione del liceo senza un secondo fine importante.- tipo salvare il mondo." 


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