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SUBURRA
Aureliano/Spadino pre-slash
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COW-T #11 (w6, m1)

Transizione (dalla vita alla morte) 


Lungo i bivi della tua strada incontri le altre vite, conoscerle o non conoscerle, viverle o non viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo; anche se non lo sai, tra proseguire dritto o deviare spesso si gioca la tua esistenza, quella di chi ti sta vicino.

(Susanna Tamaro)



Dicono che quando uno muore gli passi tutta la vita davanti ed è così che Aureliano si rende conto di stare per morire. 

Non perché la bocca gli si riempie di sangue e la scelta è tra sputarlo o mandarlo giù, ma non ha il tempo di fare nessuna delle due cose, perché gli zingari continuano a sparargli addosso.

Certo, Aureliano non ha studiato un cazzo di anatomia ma ci arriva a capire che se tossisci sangue è perché una pallottola ti ha bucato un polmone. 

Però, stranamente, prendersi una pallottola - una o quattro o quattrocento. Aureliano non sa quante gliene abbiano sparate addosso e soprattutto quante abbiano raggiunto il bersaglio, ma è ancora in piedi e se riuscisse a rimanerci abbastanza per finire di ammazzare quei figli di puttana, tanto meglio, ma in ogni caso - quello delle pallottole è un concetto che si trova su un piano astratto. Una delle cose che sai ti possono ammazzare, ma è pur vero che tutte le volte che se ne è beccata una, Aureliano non è mai morto. 

C’è sempre una prima volta, si dice, mentre tutta la sua cazzo di vita gli passa davanti agli occhi, come una sovrimpressione distorta, un caleidoscopio di tutti i bivi che avrebbe potuto imboccare, tutte le scelte diverse che avrebbe potuto fare.

Se avesse preso la busta di Sibilla e avesse ignorato lo squillo del telefono, Roma sarebbe stata ai suoi piedi, sarebbe stato davvero il nuovo Re di Roma - sì, certo, ma da solo, perché Spadino non ci sarebbe stato ad incoronarlo di alloro dorato, no, Spadino sarebbe morto in questo stesso parcheggio abbandonato dove sta morendo lui e questa… questa è una scelta che non avrebbe fatto mai. 

Aureliano è ancora in piedi, e si chiede vagamente, se sia l’adrenalina, la pura forza di volontà o se sia come in uno di quei film che gli faceva vedere Romolo, che se ti beccano allo stomaco nei hai per quindici minuti buoni prima di crepare, anche se fa un male cane e non ti salva nessuno. Forse sono puttanate, i film si prendono un sacco di libertà, ma lui è davvero ancora in piedi e fa davvero un male cane - brucia che gli sembra di andare fuoco anche solo respirare, figurarsi fare un passo avanti e sollevare il braccio e continuare a premere il grilletto, ancora e ancora fino a che davanti a lui non rimane nessuno in piedi. Brucia, cazzo!, e gli gira la testa e non riesce a respirare e che cazzo si aspettava?  

Aureliano abbassa lo sguardo, come se controllare quanti buchi ha addosso potesse cambiare qualcosa e davanti agli occhi gli passano tutti i proiettile che avrebbe potuto prendersi, tutte le altre morti che ha rischiato - il coltello di Spadino contro la sua gola, avrebbe dovuto affondare e tagliare e recidere, ma ’non c’ho bisogno de ammazzatte per capì chi sono’ gli aveva detto e se n’era andato, dandogli le spalle come se si fidasse di lui. Avrebbe potuto sparargli, allora, Aureliano e far finire tutto in quel posto abbandonato da Dio, con il cadavere di Spadino che si accasciava a terra, ma c’era stata anche la volata nera della pistola di Spadino davanti ai suoi occhi, non così tanto tempo prima che Aureliano potesse dimenticarsene, e Spadino che gli diceva di andarsene comunque, anche se la sua famiglia gli stava dando la caccia e lo avrebbero ammazzato a Spadì se avessero scoperto che aveva Adami a tiro, praticamente già morto, e lo aveva lasciato andare via. Così, sì, d’accordo,’la prossima volta, Spadì,’ e la pistola l’aveva abbassata pure lui e aveva lasciato che andasse via. 

Dio, ce n’erano state di volte in cui si sarebbero potuti ammazzare a vicenda - si sarebbero dovuti ammazzare a vicenda, - e ora… ora Aureliano sta morendo per lui. 

Di tutte le fini che si aspettava di fare, questa non l’aveva mai contemplata. 

Aveva sempre pensato che l’avrebbero ammazzato con un colpo in testa per essere sicuri di aver finito il lavoro, di aver tolto definitivamente dai coglioni l’ultimo Adami che rompeva il cazzo un po’ troppo. 

Aveva anche sempre pensato che sarebbe stato veloce e indolore, non che avrebbe passato i suoi ultimi istanti a pensare ad Alberto e a non rimpiangere nemmeno una delle scelte che lo aveva portato al qui ed ora. 

Perché Spadino corre verso di lui ed è vivo e nessuno lo può ammazzare adesso, pensa Aureliano, e finalmente gli cedono le gambe. 

“Non è niente,” dice, come se servisse a rassicurarlo, come se dicendolo potesse davvero farlo diventare vero, ma, mentre Spadino cerca di tirarlo su e lo strattona, Aureliano le gambe smette di sentirle del tutto. 

Se non fosse mai andato a quella festa, se non avesse ricattato un prete insieme a Spadino e Lele. Oh sarebbe stato così diverso allora. Spadino sarebbe stato soltanto uno zingaro come gli altri, e Aureliano non avrebbe avuto problemi a farlo fuori come suo cugino. Se non fossero stati amici, - ah amici, se non si fossero cambiati la vita a vicenda, -

probabilmente Aureliano lo avrebbe fatto fuori molto prima, piantandogli un coltello in gola, abbandonandolo accanto alla sua auto senza nemmeno voltarsi indietro. 

Che merda di vita. Più lunga certo, forse non di tanto, perché a quella versione di sé stesso pure Aureliano avrebbe voluto piantare una pallottola in testa e tanti saluti, ma sicuramente più lunga che non morire qui e ora. 

Quasi preferisce un’altra pallottola in petto. 

“Non te sei fatto un cazzo, eh. Non te sei fatto un cazzo, Aurelià,” Spadino smette di provare a tirarlo su e lo segue a terra, ginocchioni,  “Mo ti porto a casa. Andiamo a casa?” 

E Aureliano vorrebbe tanto poter dire ‘sì’, ma quello è un treno che è già partito. Un altro bivio, un ‘tu mi hai cambiato la vita, Aurelià’ a cui avrebbe potuto rispondere in maniera diversa. 

“Mi fa male, Alberto.”  

“No, non è vero,” Spadino scossa la testa, “Non è vero, Aurelià.”

“Abbiamo fatto un casino, eh?” e vorrebbe ridacchiare perché ‘casino’ è l’eufemismo del secolo, ma nemmeno quello riesce a fare più. 

Si chiede, con il vago distacco di chi è più di là che di qua, se Alberto lo bacerà ora o se queste cose succedono solo nei film. 

“Tirati su, Aureliano, tirati su! Non mi lasciare!”
Ma Aureliano non lo sente più. 

 

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