Apr. 3rd, 2022

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 SHERLOCK (BBC)

Sherlock Holmes/John Watson 

COW-T #12, w6, m2: Matrimonio

 

 

Questo matrimonio è una farsa, John si dice, sistemandosi la cravatta. Solo che non lo è -  l’officiante è vero, così come veri sono gli invitati, il ristorante per il ricevimento, il fiorista che ha sistemato le decorazioni sulle panche e il fotografo che sembra stia facendo un reportage di guerra minuto per minuto, piuttosto che un semplice album di matrimonio. 

John non sa neanche perché lo stia facendo, perché si sia lasciato convincere che per arrestare uno stalker particolarmente fissato con Sherlock fosse necessario tirare su questa pantomima, ma eccolo lì, di nuovo all’altare e questa volta sì che ne avrebbero parlato i giornali. 

Tutte quelle speculazioni, tutti quei gossip, e alla fine John e Sherlock stanno dando loro esattamente quello che volevano. Una grande storia d’amore, culminata con un matrimonio. 

Anche se Sherlock gli ha detto che potranno chiedere l’annullamento il giorno dopo, che Mycroft glielo farà avere in giornata e John avrebbe voluto dargli un pugno - un altro, perché è sempre così con Sherlock, no? Sembra aggraziato come una farfalla, con quei cappotti svolazzanti e i delicati zigomi cesellati, e invece è un cazzo di caterpillar che travolge tutto quello che si trova sul suo percorso, asfaltandolo. 

John non lo vuole sposare davvero, o per lo meno non lo vuole sposare così. 

Ci ha messo un po’ per ammettere con sé stesso che quella cotta stratosferica che aveva avuto per Sherlock fin dal primo momento che lo aveva incontrato non sarebbe andata via - nonostante il ‘sono sposato con il mio lavoro’, nonostante Sherlock avesse reso ben chiaro di non essere interessato, nonostante Reichenbach. E ci aveva provato John a mettere tutto da parte, ad andare avanti con la sua vita. E invece ora si ritrova qui, davanti ad un altare, davanti a Sherlock Holmes. Ed è tutta una farsa. 

"Vuoi tu, Sherlock Holmes prendere come tuo sposo il cui presente John Hamish Watson?" l’officiante chiede, seguendo la formula di rito. 

"Ovviamente," Sherlock dice, senza perdere un colpo, e John si dice che è stupido vedere cose dove non ci sono, la sua voce non ha tremato, perché lui è Sherlock e di questo matrimonio non gli interessa nulla. 

“Dovrebbe rispondere ‘lo voglio’, signor Holmes.”

“Lo voglio,” Sherlock annuisce e stranamente non alza gli occhi al cielo davanti alla stupidità di certe formalità. 

“E vuoi tu, John Hamish Watson, prendere come tuo sposo il cui presente Sherlock Holmes?”

John esita, perché può essere una puttanata, può essere che lui al matrimonio non ci creda più, non dopo Mary, ma forse è solo quello che si è convinto di credere per non scendere a compromessi con il fatto di aver volutamente legato la sua vita a quella di una donna di cui non conosceva nulla. 

E poi questo è Sherlock e Sherlock lo conosce come il palmo della sua mano, come l'interno delle sue tasche - ma Sherlock ha finto di morire e lo ha lasciato due anni a piangere una tomba vuota, Sherlock che lo tratta sempre come se fosse un passo indietro; e non che non lo sia, d’accordo, ma John con il cuore spezzato non gli può perdonare di continuare a spezzarglielo. 

“John?” Sherlock inclina la testa a spronarlo davanti al suo mutismo. 

No, vorrebbe dire, con che diritto mi chiedi una cosa tanto importante per risolvere un caso. 

‘Ovviamente’, aveva risposto lui all'officiante, ma ‘ovviamente’ un cazzo, come se davvero volesse sposare John come se non ci fosse nessun dubbio, come se potesse essere John e nessun altro… 

Il colpo di pistola risuona roboante nella stanza e John non capisce esattamente cosa sia accaduto,  l’improvvisa scarica di adrenalina che gli contrae i muscoli e gli affina i sensi cozza contro l’impeto del corpo di Sherlock lanciato verso di lui. 

Rovina a terra, con Sherlock che lo tiene inchiodato al pavimento, una mano dietro la nuca per evitare un trauma cranico nella caduta. 

“Stai bene?” Il detective gli chiede, il respiro corto e caldo contro la sua guancia, e John si chiede se la testa poi in fondo non l’abbia sbattuta davvero. 

Annuisce, con la bocca troppo secca per formulare una qualsiasi parola e Sherlock lo fissa con quegli occhi azzurri un po’ troppo intensi e John non ci crede che stiano avendo un momento proprio ora, sul pavimento freddo di una stanza comunale, al loro finto matrimonio. 

“Uhm, potete alzarvi adesso?” Lestrade si schiarisce la voce ed evita palesemente di guardare nella loro direzione, “Lo abbiamo arrestato.” 

Sherlock si tira su e gli tende una mano per alzarsi. John pondera se rifiutarla, perché lo stalker era lì per lui e sarebbe dovuto essere John quello a gettarsi su Sherlock per proteggerlo, non il contrario. Ma il detective sventola la mano davanti al suo naso come a dirgli di darsi una mossa e John si decide a farsi tirare su, che a Sherlock non ha mai potuto rifiutare niente, nemmeno un finto matrimonio. 

“D’accordo, state tutti bene,” Lestrade constata, “Ora portiamo il sospettato a Scotland Yard e -” 

"Lestrade, non puoi andartene,” Sherlock lo interrompe, “sei il testimone di John." 

Lestrade corruga la fronte, ”Ma io pensavo -"

John si volta a guardare Sherlock, "Come scusa?"  

Sherlock tentenna, le mani strette a pugno perché non tremino. "Io -" 

Oh, Sherlock Holmes senza parole è una vista che John non si sarebbe aspettato mai in tutta la vita. 

"Tu vuoi che io ti sposi davvero!" 

Sherlock si tende come una corda del suo prezioso violino, ma non risponde. John lo conosce abbastanza bene da sapere che sta aspettando il rifiuto per poi finire a comportarsi come se non gliene fosse mai importato davvero di come sarebbe andata a finire la questione. 

"Se vuoi che io ti sposi davvero devi chiedermelo, Sherlock." 

"Cosa?" 

“Chiedimelo.” 

“Diresti di sì?” 

John ridacchia divertito, “Sei vuoi una risposta devi fare una domanda.” 

“Te l’ho appena fatta!”
“Ma non era la domanda giusta.” 

Sherlock scossa la testa, quasi non ci potesse credere. 

“Avanti, Sherlock, sono sicuro che la sala sia prenotata per altre persone dopo di noi.” 

Lestrade fa passare lo sguardo tra i due, nemmeno fosse una partita di tennis. L’officiante, ancora scosso per la sparatoria e l’arresto di un criminale in quello che sembrava un normalissimo matrimonio, si chiede se non sia finito in una dimensione parallela che in cui gli sposi si fanno la proposta a metà della cerimonia. 

Sherlock si morde le labbra e poi sospira. 

“Mi vuoi sposare, John?” 

John lo lascia sulle spine, si morde l’interno della guancia per non sorridere come un idiota, ed è indicativo di quanto Sherlock sia agitato il fatto che il suo cervello non registri tutti gli indizi che già rendono evidente la risposta. 

Sherlock si torce le mani e John scossa la testa, “A volte sei proprio un idiota, Sherlock.” 

Il detective impallidisce, a John che non per niente è un medico sembra che sia sul punto di vomitare, perciò risponde prima che possa farlo. 

“Lo voglio,” dice, aprendo la bocca nel sorriso a trentadue denti che stava trattenendo.  Sherlock continua a sembrare sul punto di vomitare, ma questa volta dal sollievo, e nemmeno lui con il guos grande cervello riesce ad evitare di sembrare un idiota con quell’espressione felice sul viso. 

E poi John si volta verso l’officiante e risponde alla domanda alla quale prima aveva esitato, ripetendo: “Lo voglio.” 

L’officiante apre la bocca, ancora leggermente sconvolto, senza sapere se deve dichiarare valido o meno il matrimonio, dopo un’interruzione del genere. 

Fortunatamente Lestrade accorre in suo aiuto a salvare la situazione, praticamente strappandogli il registro di mano. “Dove devo firmare prima che una catastrofe si abbatta su Londra?” 

L’officiante gli indica il punto e Lestrade firma di sbilenco, tenendo il registro in equilibrio sul palmo della mano prima di passarlo a Molly perché firmi anche lei come testimone di Sherlock. 

Poi porgono il registro anche ai due idioti e finalmente questi si ritrovano sposati. 

 

 

Où mónon

Apr. 3rd, 2022 11:21 am
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DEATH NOTE 

L/Light 

Cow-T #12, w6, m6: Sport (tennis) + NSFW
1125 parole

 

Sottovalutare il suo avversario era un privilegio che Light non si sarebbe mai concesso. Certo Ryuzaki non sembrava un grande sportivo, così pallido e scheletrico Light lo avrebbe preso più per un hikikomori sempre chiuso in casa davanti ad un computer, nemmeno in grado di tenere tra le mani una racchetta da tennis. 

E invece questo fantomatico L, se di L davvero si trattava, sul campo sapeva il fatto suo.
Light si deterse il sudore dalla fronte, pronto a scattare, mentre il braccio di L compiva un arco perfetto e la pallina impattava contro le corde. 

La palla volò oltre la rete in una parabola stretta e cadde sul terreno di terra rossa esattamente dove Light aveva previsto. Lo studente attese il rimbalzo e rispedì con un rovescio la palla dall’altro lato del campo. 

Ryuzaki era bravo, Light doveva ammetterlo, anche se l’idea non gli piaceva affatto, il suo cervello riusciva a calcolare gli angoli e le traiettorie per servirgli palle difficili e poi il suo corpo era in grado a tradurle in mosse ben riuscite. 

Stringendo i denti, Light corse dal lato opposto del campo, tendendo il braccio verso il lato più esterno per evitare che la palla, dopo il rimbalzo, finisse fuori. 

Poteva sembrare un errore, che L avesse tirato con un po’ troppa forza la pallina e che solo per un caso fortuito quella non fosse uscita direttamente dal campo. Ma Light era già al secondo set e dell’avversario aveva preso le misure. Ryuzaki non era uno da commettere errori così grossolani. L stava giocando per vincere, in tutto e per tutto, nel tennis come nella caccia a Kira. 

E rispedendo la palla dall’altro lato con così tanta forza e frustrazione da mandarla fuori campo, Light si disse che non se ne doveva dimenticare. 

 

 

Era bastato uno sguardo, una di quelle regole non dette degli spogliatoio maschili per cui sotto la doccia ognuno finge di essere da solo e non stacca gli occhi dall’irrigatore. 

Invece Light lo aveva guardato di sottecchi, solo per valutare l’avversario, e lo aveva trovato a ricambiare il suo sguardo.
L aveva inclinato la testa verso di lui, senza una parola e aveva sostenuto il peso dei suoi occhi. Forse Ryuzaki non la conosceva quella regola non detta, ma Light si era rifiutato di essere il primo a cedere e voltare la testa 

Si erano fissati per interi istanti che erano parsi secoli, con l’acqua che scorreva calda lungo i loro corpi nudi, e poi Ryuzaki aveva chiuso il rubinetto e senza prendere un asciugamano, ancora grondante, aveva girato attorno al muretto che divideva i due box. 

Forse Ryuzaki quella regola non detta la conosceva benissimo e conosceva anche il significato di infrangerla. 

Light non se lo aspettava, tutto avrebbe pensato tranne che L, o chi per lui, potesse volere questo da lui. 

Invece Ryuzaki gli si era avvicinato e poi gli si era premuto contro, incastrandolo contro la parete della doccia prima di baciarlo. 

Light lo aveva lasciato fare, curioso di sapere fino a dove si sarebbe spinto, di sapere se avrebbe potuto rivoltare a suo favore anche una avance del genere. 

Ryuzaki aveva fatto scorrere le mani lungo i suoi fianchi, sfregando i loro bacini insieme nel tentativo di far diventare duri i loro cazzi a mezz’asta. 

Light per tutta risposta non si era tirato indietro. Gli aveva morso il labbro inferiore e gli aveva afferrato il culo, tirandoselo più vicino. 

Ryuzaki si era lasciato sfuggire un gemito contro la sua bocca, e poi si era staccato da lui per guardarlo in faccia. “Prima di andare oltre, l’etica mi impone di informarti che penso che tu sia Kira.” 

Light aveva aperto la bocca sorpreso e l’aveva richiusa, senza sapere cosa dire. Poi era scoppiato a ridere. 

Ryuzaki lo aveva osservato incuriosito, senza capire cosa avesse scatenato la sua ilarità.

“Cioè, l’etica ti impone di dirmelo, ma non ti impone di non scoparti un sospettato?” 

L aveva schioccato le labbra. “Esattamente. Dovremmo giocare a carte scoperte.” 

“Stai cercando di portarmi a letto solo per scoprire se sono Kira?” Light gli aveva chiesto divertito, stringendo la presa sul suo culo. 

“No,” Ryuzaki aveva scosso la testa, “Non solo per questo.” 

“Non solo?”
“Non solo. È un problema?” 

“Assolutamente no.” 

Light lo aveva baciato, gli aveva fatto passare la lingua tra le labbra, costringendolo ad aprirle, e Ryuzaki per tutta risposta aveva cercato di invadere la sua bocca. 

Era una gara anche quella, una sfida, ed entrambi avevano intenzione di vincere.

“Sei andato a letto con tutti i tuoi altri sospettati?” 

“Chi ti dice che io abbia altri sospettati?” 

Poi, senza dargli il tempo di replicare, L si era lasciato cadere in ginocchio sul piatto della doccia e lo aveva preso in bocca. 

Light aveva provato a muoversi, a spingere le anche verso di lui, ma Ryuzaki lo aveva tenuto fermo, gli aveva impedito di scopargli la bocca. Anche in quella posizione, stavano lottando per il comando. E qualcuno potrebbe pure pensare che con i denti così vicini alla sua erezione, quello in posizione dominante fosse in realtà L. 

Non che a Light importasse al momento, la sua mente lucida, era appannata dalla suzione della bocca attorno al suo cazzo, alla mano di Ruyzaki che si muoveva dalla base fino alla punta seguendo il movimento ritmico e ondeggiante della sua testa. 

L non gli aveva lasciato possibilità di muoversi, nemmeno di tentare di sopraffarlo e di nuovo Light si era stupito della forza nascosta in quelle mani sottili, in quei muscoli inesistenti, poi non era riuscito a pensare più a niente, non abbastanza coerente nel suo piacere per mettere in fila due parole. 

L si era tirato in piedi e si era pulito l’angolo della bocca con il pollice, Light lo aveva osservato tra le palpebre socchiuse. 

“Di soliti preferisco il dolce,” aveva detto, quasi tra sé e sé, e Light aveva sentito un fremito al pensiero che avesse ingoiato. Al pensiero che il più grande detective del mondo gli avesse appena fatto un pompino nelle docce. 

Si era staccato dalla parete e si era avvicinato a lui. L lo aveva lasciato fare, senza staccargli gli occhi di dosso. Poi Light aveva chiuso la mano attorno alla sua erezione e aveva cercato di ricambiare il favore, leggermente incerto, lui che era perfetto in tutto quello che faceva. Imparava in fretta, però, e aveva considerato una vittoria ogni gemito strappato alle labbra strette tra i denti di Ryuzaki. 

L era venuto sulla sua mano, era venuto con un grido, ma non aveva chiuso gli occhi, quello no. Non si fidava di lui abbastanza per perderlo di vista. 

Light era intrigato. Quella, oh quella sarebbe stata davvero una bella partita. 

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